Il 73,3% delle Pmi non sa come attuare un piano welfare

A dirlo è il Welfare Index Pmi 2019 stilato come ogni anno da Generali Italia. Dal quale è emerso un quadro in bianco e nero del settore. 

 

 

«Il welfare aziendale ha successo se è un progetto d’impresa coerente e strategico che parte dall’ascolto dei dipendenti», ha sottolineato Marco Sesana, Amministratore Delegato di Generali Italia in occasione della presentazione dell’ultimo Welfare Index PMI curato proprio dal Leone di Trieste con le maggiori associazioni datoriali (Confindustria, Confagricoltura, Confartigianato e Confprofessioni), che ha fatto il consueto punto sulla sviluppo dei piani di benessere per i dipendenti tra le Piccole e medie imprese del made in Italy.

Solo il 5% delle Pmi ha introdotto lo smart working

 

L’analisi del mercato ha evidenziato che sono soprattutto 3 le aree dove si concentrano i maggiori servizi di welfare ai lavoratori: la salute e l’assistenza; la conciliazione vita e lavoro; giovani, formazione, sostegno alla mobilità sociale. Sul primo versante, sono già presenti il 45,7%  delle nostre Pmi, mentre accanto all’adesione ai sistemi di sanità complementare, «crescono anche le iniziative aziendali aggiuntive come le polizze sanitarie e l’adesione a fondi aziendali e interaziendali». Meno presenti i servizi di prevenzione e cura (siamo intorno all’11%) come le cure dentistiche, minimale il peso delle iniziative di sostegni per l’assistenza di familiari non autosufficienti e per i bambini.
Per quanto riguarda l’area della conciliazione famiglia e lavoro, un trend seguito dal 59,2% delle imprese, le aziende si sono aperte in un terzo dei casi alla flessibilità lavorativa. Sono pochissime le realtà, circa il 5%, che hanno sviluppato sistemi di telelavoro e smart-working. Il 21,1% delle Pmi non lesina «a supporto della genitorialità permessi aggiuntivi retribuiti e integrazione del congedo di maternità e paternità».

 

 

In aumento i servizi di sostegno al reddito e formazione

 

 

Ma a essere maggiormente richieste dai lavoratori sono quegli strumenti che rientrano nelal categoria delle facilitazioni al lavoro: infatti il 31,5% delle Pmi concede «ticket aggiuntivi, servizi di mensa, supporti alle spese per il tragitto casa-lavoro» con rimborso abbonamenti mezzi pubblici, servizi di trasporto aziendale, buoni carburante». Più lentamente crescono, nel 15,3% delle aziende, sostegni più monetari come alloggi agevolati, convenzioni per l’acquisto di beni di consumo, agevolazioni su prestiti e microcredito.
Guardando i più giovani, la metà delle Pmi si pone il problema «della formazione dei lavoratori e il sostegno alla mobilità sociale delle giovani generazioni». In primo luogo ci si muove in questa direzione con moduli di formazione specialistica (39,2% ), con annesse giornate di partecipazione a convegni e giornate studio e di formazione linguistica. Quasi sconosciute nelle realtà italiana la formazione extra-professionale, il 4,9%, con borse di studio e viaggio all’estero per valorizzare i talenti. Numeri ancora minori per «le azioni a supporto della formazione di figli e familiari»: siamo al 4,2% del totale.

 

 

Il 73,3% delle Pmi non sa come attuare un piano welfare

 

Più in generale, in Italia, un’azienda su due ha aperto a programmi welfare. Sempre la metà delle nostre imprese ha coinvolto la propria forza lavoro nella realizzazione dei piani attraverso un confronto non soltanto sindacale. Una strategia che in un terzo dei casi ha aumentato il gradimento dei dipendenti (il 33,4%), le performance di business (36,3%) e la reputazione aziendale (42,4%). Numeri che si raddoppiano nelle realtà più grandi, dove i piani di welfare riguardano il 71,2% dei lavoratori. Ma questa è soltanto una faccia della medaglia, perché – a dimostrazione che c’è ancora molto terreno da recuperare rispetto agli altri Paesi europei –  il 73,3% delle Pmi nazionali sono ancora «prive delle conoscenze necessarie ad attuare un progetto di welfare aziendale».

 

 

Per accelerare lo sviluppo del Wa bisogna fare rete sul territorio

 

Un quadro variegato, dunque, che, come sentenzia il Welfare Index Pmi, ha un unico punto fermo: «l’imprenditore che attiva una strategia coerente e prolungata nel tempo per il benessere e la soddisfazione dei lavoratori e delle loro famiglie, dichiara di avere un impatto positivo sulla produttività e anche sulla comunità in cui opera l’impresa».
Proprio per superare le barriere di natura dimensionale, il rapporto consiglia di accelerare tutti i processi di aggregazione per «raggiungere una struttura in grado di attuare con efficienza le iniziative di welfare», anche utilizzando il supporto fornito dal terzo settore, dalle aziende che offrono servizi ad hoc e, soprattutto, dalle associazioni imprenditoriali presenti sul territorio. Ma, al momento, «solo l’8% delle imprese usufruiscono di alleanze, supporti associativi o servizi comuni. Si tratta di reti di impresa per circa il 2%, consorzi o altre alleanze per una quota simile, e dell’adesione a servizi comuni per una quota oscillante tra il 4,5 e il 5%». In controtendenza soltanto le grandi realtà, anche se le alleanze in questa direzione sono «considerate fondamentali o molto importanti dal 37,1% delle imprese intervistate».

 

 

 

About the Author /

4@mediainteractive.it