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Lavoro agile, quando è il Comune a essere smart

Si moltiplicano le giornate dedicate allo Smart working. L’ultima è quella organizzata da Bologna. L’obiettivo: promuovere un modello organizzativo e una cultura manageriale orientata al risultato.

 

Le Pubbliche amministrazioni (Pa) hanno il compito di favorire collaborazioni e facilitare nuove soluzioni per i problemi comuni. Questo vale anche nel campo del lavoro, che è sicuramente un aspetto fondamentale della vita di un territorio, dal momento che coinvolge tantissimi ambiti del ‘vivere assieme’, dalle infrastrutture, ai trasporti, al commercio, all’istruzione.

 

È anche il principale terreno di incontro tra comunità, Istituzioni ed imprese; lo è in ottica di sviluppo economico, ma alle Pubbliche amministrazioni spetta il compito di garantirne, tra le altre cose, la sostenibilità.

 

Il Comune di Bologna crede così fortemente nello Smart working come fattore abilitante di questa sostenibilità, da aver organizzato una giornata dedicata al lavoro agile (si è svolta il 24 ottobre 2019). Per chi si occupa del tema, è particolarmente interessante capire il punto di vista degli enti pubblici, dal momento che, inevitabilmente, è diverso da quello delle aziende.

 

All’Assessore al Lavoro Marco Lombardo è stato affidato il compito di esprimere la voce delle istituzioni che, nella promozione del lavoro agile, hanno, in primo luogo, un intento di tipo culturale. Lombardo ne ha tessuto un elogio: “Lo Smart working è qualcosa di più e di diverso rispetto al lavoro da casa o al telefono: è un modello organizzativo e una cultura manageriale orientata al risultato, alla progettualità più che alla procedura, alla cooperazione ed alla collaborazione più che alla competizione”.

 

La definizione di una Pa non può proseguire se non allargando il discorso al work-life balance: secondo Lombardo, infatti, il primo obiettivo non deve essere una maggiore dedizione della propria esistenza ai tempi del lavoro, ma una maggiore possibilità di conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro. Dunque, la sfida culturale che una Pa può portare avanti rispetto allo Smart working è quella di “promuovere una cultura del lavoro che sia orientata a misurare la qualità esso, più che la quantità delle ore lavorate”.

 

Gli esperimenti di Smart working nelle Pa

 

Non a caso, il Comune di Bologna, insieme con la Regione Emilia-Romagna e alla Città metropolitana, è stato il primo in Italia a sperimentare lo Smart working, adottando in pieno la risoluzione europea del 2016 e la Legge 81 del 2017. Infatti, ha in corso, da un anno, una sperimentazione per l’attivazione del lavoro agile che coinvolge attualmente circa 110 persone, destinate a diventare più di 300 nel 2020, per poi crescere progressivamente per step successivi, fino a raggiungere potenzialmente tutti i lavoratori e le lavoratrici dell’ente.

 

Il progetto si chiama Lavoro agile per il futuro delle Pa ed è cofinanziato dal Pon Governance e Capacità istituzionale 2014-2020, Asse I, Azione 1.3.5 e coordinato dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Consiglio dei Ministri, in rete con la Regione Emilia-Romagna. Il modello creato a Bologna è stato poi messo a disposizione di tutti gli altri enti interessati.

 

Dunque, nella prima giornata dedicata al lavoro agile, il Comune di Bologna si è fatto promotore di un Protocollo di intesa della rete pubblico-privata Smart-BO, composta da associazioni imprenditoriali, singole imprese e cooperative ed altre organizzazioni pubbliche della città, come università e azienda sanitaria, finalizzato a costruire un tavolo territoriale del lavoro agile, per valorizzare e incentivare lo Smart working e promuovere l’innovazione organizzativa e lo sviluppo sostenibile della città, attraverso un confronto e scambio di esperienze, buone pratiche e positive contaminazioni.

 

Lo scopo secondo i rappresentanti del Comune di Bologna è quello di “condividere l’esperienza bolognese e quella di altri territori, tra pubblico e privato, rendendo tutto questo un patrimonio comune di conoscenza, nella convinzione che lo Smart working possa diventare un fattore abilitante per liberare il potenziale umano e tenere insieme un’idea di sviluppo che coniughi la sostenibilità ambientale con quella sociale”.

 

Andare oltre la produttività

 

Il passaggio culturale auspicato è quello dalla produttività alla produzione di valore, dalla competizione alla collaborazione, dall’efficientamento del modello al benessere individuale e collettivo, dall’organizzazione dell’ufficio all’accessibilità e alla condivisione dello spazio di lavoro. In ballo ci sono sfide ancora più ‘alte’.

 

Per esempio, quella demografica, visto il tasso di natalità tra i più bassi in Europa. Questa coinvolge anche l’equilibrio tra vita professionale e vita privata-familiare, perché esso dipende dall’organizzazione dell’orario: già nel 2015 quasi la metà dei dipendenti ha dichiarato di aver lavorato durante il tempo libero (2015).

 

Bologna ha dimostrato questa particolare sensibilità anche nella redazione della Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano, meglio nota come Carta di Bologna, che regolamenta i diritti dei lavoratori della Gig economy, primi tra tutti i rider delle principali piattaforme di food delivery. La Carta è diventata un modello nazionale: il tema cruciale è il fatto che, tutto sommato, lo Smart working resta prerogativa di lavoratori subordinati che, in quanto tali, hanno già delle tutele.

 

L’auspicio è quello di una vera svolta per il 2020, a partire proprio dagli enti pubblici: un lavoro agile ‘reale’, cioè a risultato e senza vincoli di orario, che possa riguardare almeno il 10% del personale della Pa, evitando forme di abuso; uno Smart working che si opponga alla tentazione di una cultura della presenza fisica e della disponibilità permanente, come unici indicatori delle capacità e del valore del lavoratore. E le Giornate del lavoro agile diventeranno annuali.

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