Nel welfare serve una nuova alleanza pubblico-privato

Solo grazie a un’azione sinergica di tutti gli attori del welfare il settore pubblico potrà sostenere l’impatto del Covid-19 anche dopo la fine dell’emergenza. Lo rivela il Quinto Rapporto sul secondo welfare

 

La crisi pandemica ha riportato in evidenza le note fragilità economiche e sociali del sistema di protezione sociale italiano e mostrato come le disparità si ripercuotano sulla spesa destinata a famiglie, sostegno al lavoro e alla casa, contrasto alla povertà, accoglienza e inclusione sociale. Così il settore pubblico sembra essere tornato con forza protagonista dell’arena del welfare, mettendo in campo risorse e competenze tali da assumere centralità in ambiti di intervento che per anni erano rimasti ai margini. Lo rivela il Quinto Rapporto sul secondo welfare dal titolo Il ritorno dello Stato sociale? Mercato, Terzo Settore e comunità oltre la pandemia, curato da Franca Maino (Professoressa di Scienze Politiche all’Università degli Studi di Milano e Direttrice del laboratorio universitario Percorsi di secondo welfare), frutto del lavoro svolto dal gruppo di ricerca di Secondo Welfare e che ricostruisce alcune esperienze concrete di welfare sviluppate da Nord a Sud.

 

Il messaggio del Rapporto è che solo grazie a un’azione sinergica di tutti gli attori del welfare il settore pubblico potrà sostenere l’impatto del Covid-19. “È perciò necessario che pubblico e privato superino l’autoreferenzialità per riconoscersi reciprocamente”, si legge nell’introduzione della ricerca. Per Maino sono indispensabili nuovi interventi per tutelare le aree di bisogno più scoperte e per generare un reale cambiamento sociale. Nel Rapporto è mostrato infatti che la crisi pandemica ha accresciuto il rischio povertà in modo generalizzato e, solo in Italia, ha portato i poveri assoluti (secondo l’Istat sono le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita accettabile, per esempio i costi della casa, per la salute e il vestiario) a oltre 5,6 milioni, con una crescita di oltre 2 punti percentuali rispetto al 2019, il numero più alto da quando esistono le serie storiche di Istat.

 

Dallo studio emerge anche che gli attori del secondo welfare – cioè aziende, fondazioni, sindacati, associazioni datoriali, consorzi, enti non profit e gruppi informali di cittadini – sono diventati sempre più importanti per rispondere ai bisogni della società, laddove il sostegno pubblico non basta.

 

La crisi può diventare un’opportunità per creare un welfare integrato

 

Secondo la Ragioneria Generale dello Stato, infatti, tra il 2019 e il 2020 la spesa pubblica complessiva dedicata alla Long term care (Ltc) degli anziani risultava pari a circa l’1,75% del Prodotto interno lordo (Pil), in linea con la media europea, ma le prestazioni a pagamento superavano il 45% del totale, quindi non erano accessibili a tutti. In mancanza di adeguate misure pubbliche, molte famiglie, soprattutto quando impossibilitate a ricorrere a soluzioni residenziali per gli anziani, hanno scelto di farsi carico degli oneri organizzativi ed economici dell’assistenza optando per forme di domiciliarità incentrate sul ruolo delle badanti, sull’aiuto informale dei caregiver famigliari o associazioni dedicate.

 

L’indagine mostra poi che la spesa sociale pubblica risulta fortemente sbilanciata verso i rischi legati alla vecchiaia, ma a livello di previdenza e non di cura. In Italia infatti le prestazioni previdenziali assorbono il 58% della spesa pubblica – 12% in più rispetto alla media europea del 46% – mentre quasi tutte le altre voci sono sottofinanziate rispetto agli altri Paesi. I fondi pubblici per malattia e salute costituiscono, per esempio, il 23% del totale contro il 30% della media europea, così come la spesa per la famiglia e l’infanzia che in Italia risulta essere meno della metà rispetto all’Europa (4% contro 8,6 %).

 

Tuttavia, se da un lato la pandemia ha acuito i limiti strutturali del welfare tradizionale (con la sua incapacità di farvi fronte), dall’altro sembra avere accelerato il protagonismo del mercato del secondo welfare, del Terzo settore e della comunità, aprendo a nuove prospettive per l’innovazione e per la costituzione di reti multi-attore e il consolidamento di pratiche di co-programmazione e co-progettazione. Lo sostiene Maino, secondo la quale, guardando al futuro, il secondo welfare non solo continuerà a fornire risposte ai bisogni sociali, ma crescerà in termini di volume e di intensità: “Aumenteranno le misure riconducibili al welfare di prossimità, il welfare filantropico rafforzerà la sua capacità di sostenere e orientare l’innovazione sociale e le imprese estenderanno le misure di welfare aziendale con una crescente attenzione alle ricadute territoriali: in questo senso le risorse derivanti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) rimangono fondamentali per sostenere questi mutamenti ormai in corso e ritenuti sempre più necessari”.

 

 

About the Author /

elisa.marasca@este.it