Piani welfare efficaci solo nel 6% delle aziende

L’ascolto reale dei bisogni dei lavoratori esercitato solo in 4 aziende su 10. Lo dice una ricerca di Issim condotta da AstraRicerche.

 

E’ vero che negli ultimi due anni sono aumentate le aziende che hanno messo a punto piani welfare per i loro dipendenti, ma solo nel 6% dei casi  i servizi erogati rispondono concretamente ai bisogni dei lavoratori, tanto che il gap tra domanda del lavoratore e risposta aziendale oscilla tra i 10 e i 40 punti percentuali, evidenziando uno spreco delle risorse investite. A dirlo è l’ultima ricerca che  ISSIM (Istituto per il Servizio Sociale nell’Impresa), ha commissionato ad AstraRicerche su un campione di 800 lavoratori, impiegati in strutture con almeno 10 dipendenti. A frenare l’efficienza del welfare aziendale la mancanza di servizi rispetto alle necessità dei dipendenti e il bisogno di interventi ad hoc che rispondano alle tante esigenze diversificate dei lavoratori. Dall’analisi, per esempio, emerge  una forte richiesta di bisogno di riposo e di tempo da dedicare ai propri interessi, ma i numeri parlano di un basso livello di attivazione da parte dell’azienda (52,5% contro l’11,5% e 48,7% contro 9,9%), al contrario della necessità di formazione, erogata in abbondanza, ma senza rispondere a un bisogno verificato (18,7% richiesto contro 25% fornito).

 

Tasso d’ascolto vicino allo zero

 

Per colmare questo scollamento, emerge la potenzialità di mettersi in ascolto, per capire quali necessità soddisfare e dove orientare l’offerta per non sprecare risorse con investimenti in servizi ritenuti poco utili dai lavoratori. «L’ascolto ricopre un ruolo importante perché consente di percepire le esigenze del singolo, senza rinchiudere i lavoratori all’interno di cluster predefiniti e quindi con predefinite necessità decise a monte dall’azienda», ha spiegato Roberta Barge, direttore ISSIM. «Questo significa che l’azienda deve partire dal presupposto che ogni lavoratore ha esigenze diverse che meritano di essere prese in considerazione». E Cosimo Finzi, responsabile di AstraRicerche ha aggiunto: «L’ascolto garantisce un duplice effetto positivo sull’organizzazione: permettere di riorganizzare i servizi erogati, quindi guadagnare in efficienza e andare incontro alle esigenze dei lavoratori che si aspettano un miglioramento in questa direzione, come evoluzione del welfare aziendale».

 

Meno ascoltate le donne

 

E invece, interrogati sullo stato attuale dell’ascolto da parte della propria azienda, solo 1 intervistato su 3 dichiara che è nullo o quasi. Le donne si sentono meno ascoltate rispetto agli uomini (37% vs 28%), evidenza probabilmente collegata al vissuto della maternità e i relativi problemi che possono incorrere nella gestione del tempo al rientro in ufficio. Emergono anche disparità geografiche, infatti l’ascolto è meno esercitato al nord rispetto che al sud (33% e 37% del nord-ovest e nord-est vs 50% del sud) e i lavoratori con livelli più bassi di inquadramento si percepiscono meno ascoltati rispetto alla classe dirigente (29%vs62%).
Smentita anche l’ipotesi secondo cui un’azienda grande e strutturata riesce a soddisfare il bisogno di ascolto dei lavoratori in modo efficace, anzi, emerge che le esigenze dei lavoratori crescono al crescere dell’azienda. Del resto verificare i reali bisogni dei dipendenti è un investimento a cui vengono riconosciuti in potenza molteplici benefici come un miglioramento del clima interno (secondo il 78% degli intervistati), seguito da un maggiore senso di appartenenza (75,7%) e da una migliore comunicazione interna (75,5%).

 

 

 

 

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