Produci, consuma… vivi

Ultimamente alcuni esperti hanno invitato a stimolare, anche fiscalmente, il ‘welfare sociale’, più legato ai bisogni primari, a scapito del welfare ludico-ricreativo. Ma il welfare ludico può aiutare la ripresa dei consumi

 

Nell’emergenza coronavirus si è tornati a parlare di welfare e in particolare di sanità pubblica, uno degli elementi basilari dello Stato sociale-Stato assistenziale. Abbiamo assistito a una nuova stagione di welfare State, cioè quella forma di governo in cui lo Stato protegge e promuove il benessere economico e sociale dei cittadini, basato sui principi di pari opportunità, equa distribuzione della ricchezza e responsabilità pubblica nei loro confronti. Quale, dunque, il futuro del welfare aziendale?

 

Il documento prodotto dalla task force di Vittorio ColaoIniziative per il rilancio ‘Italia 2020-2022’ – consegnato al Governo, riconosce che, dopo un periodo in cui il welfare aziendale stentava a decollare nel nostro Paese e trovando riscontro solo in alcune esperienze di singoli gruppi, nell’ultima tornata di rinnovo dei contratti collettivi nazionali esso è diventato un tema rilevante del confronto sindacale. Proprio sfruttando il sostegno offerto dallo Stato, con l’agevolazione fiscale e contributiva delle somme e benefici erogati dal datore di lavoro a questo titolo, le parti sociali hanno investito in modo significativo in questa direzione.

 

Tuttavia, nel documento degli esperti governativi, il welfare aziendale è stato ridotto a strumento per la conciliazione dei tempi di vita e sostegno alla genitorialità. Basta fare una ricerca semantica con le parole chiave “welfare aziendale” tra le 120 schede elaborate dal comitato di esperti in materia economica e sociale, per individuare i suggerimenti proposti all’Esecutivo: nell’ultima sezione – quella dedicata agli “Individui e famiglie” – si legge l’invito ad “agevolare l’ampliamento degli strumenti di welfare aziendale orientati a fornire supporto alla genitorialità, attraverso la detassazione-decontribuzione delle relative spese e somme erogate dalle aziende”. Come fonte di funding, la task force ha usato l’espressione “principalmente privato”, mentre in merito alle tempistiche per il lancio dell’iniziativa, l’appello è di “attivare subito”.

 

Per la verità di welfare, più generico, la task force ne parla ampiamente. Interessante è la scheda che invita a “implementare modello di welfare di prossimità” in particolare nelle aree metropolitane e nelle città con più di 50mila abitanti o in comuni consorziati, per aiutare le famiglie a fronteggiare e curare le fragilità emerse con la crisi o preesistenti a essa e per promuovere il benessere individuale e collettivo. Da qui la scelta di dare nuova linfa al welfare, mentre per quello aziendale gli spunti vanno nella sola direzione del work-life balance, come se fosse l’unico bisogno delle persone.

 

Chi dice che il welfare ludico non è utile?

 

Le linee guida della task force sono state oggetto di ampie discussioni tra gli addetti ai lavori di welfare: Tuttowelfare.info ha seguito da protagonista la puntata del 12 giugno 2020 PdM Talk, il talk show del quotidiano Parole di Management, dedicata proprio al futuro del welfare aziendale, nella quale ha partecipato Mattia Martini, Ricercatore di Economia Aziendale presso il Dipartimento Scienze Economico-Aziendali e Diritto per l’Economia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e membro del Comitato scientifico di Tuttowelfare.info.
Ben prima che il mondo fosse travolto dalla pandemia da Covid-19, l’ex Ministro del Lavoro e oggi Presidente del Cnel Tiziano Treu aveva invitato a riflettere su costi e opportunità generati dagli sgravi fiscali legati ai beni e servizi di welfare; in sintesi si domandava se il mancato gettito fiscale fosse veramente giustificato da iniziative di valore sociale e di interesse pubblico. Già all’epoca, il Presidente di Aiwa Emmanuele Massagli – anche lui membro del Comitato scientifico di Tuttowelfare.info – aveva replicato dicendo che fosse certamente utile avviare una valutazione dei costi generati dal welfare aziendale per la fiscalità generale, a condizione, però, di calcolare anche i vantaggi generati.

 

Proprio in questi giorni è tornata di attualità la discussione sul tema: in particolare alcuni esperti della materia hanno invitato a cogliere l’opportunità per stimolare, anche fiscalmente, il ‘welfare sociale’, cioè quello più legato ai bisogni primari, a scapito del welfare ludico-ricreativo. È una questione interessante, soprattutto perché il welfare aziendale ha l’occasione per assolvere quel compito che lo Stato, grazie alle norme di decontribuzione, si era immaginato con la legge di Stabilità 2016 e la revisione degli articoli 51 e 100 del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir).

 

Eppure riteniamo che non sia questo il momento storico ideale per tornare sulla questione. È ovvio che sarà la direzione del futuro, ma ora c’è da fare i conti con un aspetto cruciale per la nostra sopravvivenza. È noto che con la pandemia i risparmi siano cresciuti: le famiglie non spendono, ma neppure investono. Il risultato è il crollo dei consumi, con drammatiche ripercussioni per tutto il tessuto economico. Servirebbero dunque incentivi al consumo. E qui possono rientrare anche tutti quei servizi del welfare meno ‘sociale’ che, tuttavia, hanno un impatto sull’economia. È fuor di dubbio si debba dare priorità ai bisogni primari, ma il benessere e la prevenzione passano anche da altro: un abbonamento in palestra, un buono per un weekend al mare o per entrare in un parco divertimenti potrebbero ugualmente giovare alla salute delle persone, soprattutto dopo mesi di lockdown. E possono pure dare una mano alle tante imprese – in particolare del settore del Turismo – in crisi nera. Non significa snaturare il welfare aziendale. Piuttosto è una proposta perché le aziende meno colpite dalla recessione e che hanno fatto del welfare una leva di benessere delle proprie persone, diano una mano alla ripartenza. Il dibattito è aperto.

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