Perché il Tfr rende di più in un fondo pensione che in azienda

Nel 2017 sono stati solo 7,6 milioni i lavoratori italiani che hanno deciso di aderire a un fondo pensione, nonostante la convenienza. 

 

 

Tfr in azienda o versato in un fondo pensione? Per molti lavoratori italiani è difficile rispondere a questa domanda e, benché la previdenza integrativa stia crescendo anche nel nostro Paese, sono ancora molti quelli che preferiscono lasciare la propria liquidazione nella propria azienda. Secondo l’ultima relazione della Commissione di vigilanza sulla previdenza, nel 2017 sono stati solo 7,6 milioni i  dipendenti che hanno deciso di aderire a un piano previdenziale integrativo. Il dato è più alto del 6,1% rispetto al 2016, ma non basta a far decollare questa forma di welfare. Le Regioni più virtuose da questo punto di vista sono Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta. Il fanalino di coda è, invece, la Sicilia. Eppure le soluzioni per far fruttare il proprio Tfr non mancano. «Farlo confluire in un fondo pensione conviene innanzitutto per come è strutturato l’attuale mondo del lavoro», spiega Giancarlo Scotti, socio fondatore e responsabile operativo di Propensione.it, sito di consulenza online. «Si tratta di una soluzione al passo con i tempi perché, rispetto al passato, è molto probabile che si cambi spesso datore di lavoro nell’arco della propria carriera e questo impedisce di accantonare una vera e propria buonuscita, visto che il Tfr viene liquidato e tassato ogni volta. Nel fondo pensione, invece, la liquidazione si può accumulare fino alla maturazione dei requisiti per il pensionamento, qualunque sia l’azienda di provenienza. Inoltre, questa soluzione è decisamente vantaggiosa in termini fiscali e di rendimenti». E rappresenta proprio per questo una nuova forma di welfare privato.

 

 Previdenza integrativa, l’ investimento cambia con l’età

 

«Viste le incertezze e il probabile gap pensionistico che i giovani lavoratori si ritroveranno a dover colmare, affiancare alla pensione pubblica i frutti del Tfr risparmiato nel proprio fondo pensione risulta senz’altro una forma di welfare privato efficace e conveniente», prosegue l’esperto. Naturalmente va calcolato qualche rischio, che però viene ripagato dal rendimento. «I fondi pensione investono nei mercati finanziari e sono legati, quindi, alle loro normali oscillazioni, soprattutto nel caso in cui vengano acquistati titoli azionari», conferma Scotti. «L’aderente però può scegliere, nonché modificare successivamente il comparto di investimento tra quelli offerti dal proprio fondo. Può partire da un comparto azionario, adatto al lungo periodo, perché compensa le fluttuazioni dei mercati e offre rendimenti maggiori. Oppure può scegliere un comparto bilanciato tra azioni e obbligazioni, con un profilo di rischio più basso. Infine può optare per un comparto garantito, che assicura la restituzione del capitale versato o anche un rendimento minimo.

 

Rischio monitorato

 

Occorre comunque precisare che il sistema di previdenza integrativa è sottoposto ad attenti limiti prudenziali proprio in tema di investimenti, nonché alla costante vigilanza di un’apposita autorità, la Covip». Grazie a sistemi di questo tipo il Tfr può acquistare un valore maggiore rispetto al capitale. «L’aumento è dato dai rendimenti tendenzialmente superiori che si ottengono con gli investimenti, rispetto alla rivalutazione ordinaria del Tfr lasciato in azienda», dice ancora Scotti. Si tratta di un trend confermato da diversi anni in quasi tutte le linee di gestione dei fondi pensione.

 

Tassazione agevolata

 

Altro fattore che accresce il valore del capitale è la tassazione agevolata della previdenza integrativa: al momento della liquidazione, il denaro lasciato in azienda viene tassato con l’aliquota media Irpef degli ultimi cinque anni di lavoro: oscilla dal 23 al 43%. Nel fondo pensione, invece, è applicata l’aliquota massima del 15%, che può scendere fino al 95 nel caso di una partecipazione prolungata alla previdenza integrativa.  Infine, il valore del Tfr nel fondo pensione aumenta grazie al tempo che si ha a disposizione per accumularlo in un unico strumento, a fronte di tutti i datori di lavoro incontrati nel corso della propria carriera». Ma cosa fare, in concreto, per attivare questa forma di welfare? «Al momento dell’assunzione il dipendente ha sei mesi di tempo per esprimere la propria scelta sulla destinazione del Tfr. Può destinarlo al fondo pensione (se non si esprime vale il silenzio-assenso e opera l’adesione tacita nel fondo pensione chiuso di riferimento). Oppure può decidere di lasciarlo in azienda», afferma Scotti. «Quest’ultima scelta è revocabile in qualsiasi momento in favore della previdenza integrativa.  All’atto dell’adesione, una volta individuato il fondo pensione, è sufficiente indicare i dati relativi alla propria azienda e, tra le modalità di contribuzione, scegliere il Tfr. A quel punto il datore di lavoro provvederà direttamente a versare le quote nella forma pensionistica».

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