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Previdenza integrativa, questa sconosciuta

Nonostante i vantaggi della pensione integrativa, nel nostro Paese sono ancora poche le persone che hanno deciso di aderire. Colpa della limitata conoscenza dello strumento e delle poche informazioni in merito.

 

La previdenza integrativa funziona meglio, ma stenta a decollare. Negli ultimi 20 anni, i fondi pensione hanno avuto rendimenti decisamente superiori a quelli offerti dal Trattamento di fine rapporto (Tfr) in azienda e da investimenti finanziari come le azioni e i titoli di Stato.

 

Nonostante la loro efficacia, però, gli iscritti sono meno di un lavoratore su tre, e soprattutto tra i giovani – che più ne avrebbero bisogno viste le attuali prospettive pensionistiche – i numeri restano molto bassi.

 

Come riporta la relazione per l’anno 2017 della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (Covip), circa 2,76 milioni di lavoratori aderiscono ai fondi pensione negoziali, istituiti sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali di specifici settori. I fondi aperti si attestano a 1,34 milioni, mentre il segmento dei Piani individuali di tipo assicurativo (i cosiddetti Pip), conta circa 3,4 milioni di aderenti.

 

In totale, i lavoratori con una posizione in essere presso una forma pensionistica complementare sono poco più di 7,5 milioni e su una platea potenziale di 26 milioni, con un tasso di partecipazione che si attesta al 28,9%. E se si fa riferimento agli iscritti che hanno versato contributi nel 2017 il dato crolla al 22,1%, meno di un lavoratore su quattro. E solo il 16,2% ha meno di 34 anni.

 

Eppure i fondi pensione hanno dimostrato di essere in grado, meglio di altri strumenti, di proteggere e valorizzare il risparmio previdenziale dei propri iscritti. Una elaborazione pubblicata di recente da L’Economia del Corriere della Sera ha dimostrato come un lavoratore con retribuzione annua pari a 18mila euro che ha aderito a un fondo pensione negoziale nel 1998 avrebbe accumulato, a oggi, un montante pari a 63.581 euro con un guadagno di ben 23.526 euro rispetto alle sole somme di Tfr e versamenti del lavoratore. Una bella differenza rispetto ai risultati che avrebbe ottenuto con azioni internazionali (21.033), titoli di Stato internazionali (17.185 euro), lasciando il Tfr in azienda (9.244 euro).

 

Investire in portafogli diversificati

 

Visti i numeri, perché allora i fondi pensione funzionano meglio degli altri strumenti? “Nel sistema di previdenza complementare italiana coesistono schemi collettivi, sostanzialmente di natura negoziale, e prodotti individuali”, spiega a Tuttowelfare.info Mario Padula, dal 2016 presidente della Covip.

 

“I contributi di iscritti e aderenti agli uni e agli altri sono tipicamente investititi in portafogli diversificati internazionalmente. Perciò, anche in Italia, la previdenza complementare è un modo per investire in portafogli diversificati ai quali è più difficile accedere con il fai-da-te. In più, e anche in questo l’Italia non fa eccezione a una regola generale, la previdenza complementare, proprio perché non è un investimento finanziario come tutti gli altri, ha un trattamento fiscale favorevole sia nella fase di contribuzione sia nella fase di erogazione delle prestazioni”.

 

D. Perché i fondi pensione faticano a prendere piede tra i lavoratori?
R.
L’autorità di controllo non ha il compito di promuovere le adesioni. Tuttavia un problema di inclusione previdenziale nel nostro Paese esiste, non solo per le generazioni più giovani. Per fronteggiarlo è importante che il sistema della previdenza complementare sia conosciuto e accessibile. Molto è stato fatto dagli inizi, ma molto resta da fare. Le adesioni online attraverso una piattaforma digitale sono ancora molto poco diffuse, ma certamente vanno nella direzione di aumentare il grado di accessibilità.

 

D. Quindi che cosa serve fare?
R. Per aumentare la conoscenza servono interventi di educazione intorno alle tematiche previdenziali, come quelli che sta promuovendo in questi mesi il Comitato per la strategia nazionale per l’educazione finanziaria, previdenziale e assicurativa. Ciò detto, l’inclusione previdenziale passa attraverso l’inclusione nel mercato del lavoro.

 

D. Può spiegarsi meglio?
R.
Le prestazioni di previdenza complementare sono calcolate con il metodo contributivo. Perciò, a più elevati contributi corrispondono più elevate prestazioni pensionistiche. Ovviamente, per poter contribuire bisogna lavorare. Per coniugare prestazioni adeguate con carriere discontinue, la leva fiscale può essere utile, per esempio prevedendo che il beneficio fiscale di cui non si gode nella fase di incapienza fiscale possa essere utilizzato in una fase successiva, nella quale si è nuovamente fiscalmente capienti.

 

D. Quali sono i rischi?
R. In generale, si beneficia della prestazione di previdenza complementare alla fine della vita lavorativa, proprio come accade con la prestazione previdenziale di base e come accade in moltissimi altri Paesi. In ogni caso, altre modalità di uscita parziali o totali sono attivabili prima della fine della vita lavorativa. Tra queste, i riscatti e le anticipazioni, che per esempio si possono ottenere per acquistare o ristrutturare una casa per sé o per i propri figli e per motivi di salute. Infine, nella scorsa Legislatura è stata introdotta una nuova prestazione, la Rita, che, come l’Apa per la pensione di base, permette un anticipo sui tempi di fruizione della prestazione.

 

D. Cosa cambia con l’arrivo dei Prodotti pensionistici individuali paneuropei (Pepp)?
R. Se ai Pepp sarà accordato lo stesso tipo di trattamento fiscale riservato ai prodotti individuali italiani, è possibile che con il loro arrivo aumenti la concorrenza in quel settore. E questo, in una condizione di campo di gioco livellato, non può che essere una buona notizia.

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