Ripartenza post Covid-19: un’occasione di rilancio per la previdenza complementare

Dopo il lockdown, i timori italiani in tema previdenza riguardano la salute e gli effetti che la crisi può provocare sui risparmi. Ma nella percezione del contesto c’entra anche l’educazione finanziaria

 

Come sta impattando, anche psicologicamente, il Covid-19 sul risparmiatore italiano e come ridisegnare il nostro sistema di welfare? Due interessanti approfondimenti appena pubblicati aiutano a delineare un quadro aggiornato ed evolutivo da cui possono trarsi utili spunti di riflessione sul come riposizionare il nostro Stato sociale e il welfare aziendale.

 

Partendo dal Rapporto del Censis, realizzato in collaborazione con Assogestioni, dal titolo Il valore della diversità nelle scelte d’investimento prima e dopo il Covid-19, emerge una diffusa sensazione di timore in quella che viene definita come “Penisola della paura”. Il 67,8% degli italiani ha paura, in modo radicato nei territori e trasversale, per la situazione economica familiare: la percentuale sale al 72% tra i Millennial e le donne; sfiora il 75% nel Sud; supera il 76% tra gli imprenditori e arriva all’82,6% tra le persone con i redditi più bassi.

 

I timori italiani sembrano indirizzarsi in modo ambivalente sul tema salute e sugli effetti che la elevata volatilità sui mercati finanziari indotta dalla crisi epidemiologica può provocare sui propri risparmi. L’impressione molto forte è che la razionalità che dovrebbe caratterizzare, almeno sui testi universitari, il comportamento economico dell’individuo stia lasciando molto spazio piuttosto a un atteggiamento fortemente emotivo.

 

Il cash cautelativo come strumento familiare di autotutela

 

Testimonianza empirica è rappresentata dal dato riportato nel Rapporto Censis-Assogestioni secondo cui nel periodo del lockdown è aumentata in maniera davvero considerevole la componente di liquidità presente negli investimenti delle famiglie italiane, cioè della ragguardevole cifra di 34,4 miliardi di euro. Come viene sottolineato nello studio, si tratta di un importo così elevato da potersi paragonare a ragion veduta al plafond di 36-37 miliardi cui l’Italia potrebbe accedere nel caso in cui il Governo decidesse, con specifica pronuncia del Parlamento, di utilizzare il tanto discusso Meccanismo europeo di stabilità (Mes).

 

Va ricordato come la dote di liquidità di 34,4 miliardi si aggiunge ai 121 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva che era stata già accumulata negli ultimi tre anni, prima dell’esplosione dell’epidemia (+8,4% in termini reali nel triennio). Se il trend proseguirà allo stesso ritmo del triennio trascorso, nel 2023 ci saranno altri 135 miliardi di liquidità aggiuntive per le famiglie. Per il prossimo futuro il 34,1% degli italiani considera la liquidità lo strumento principale per la propria protezione, insieme con l’ampliamento del sistema di welfare pubblico (34%) e all’acquisto di strumenti assicurativi, mutualistici, integrativi (18,6%).

 

Come interpretare il fenomeno? Di fronte ad uno scenario di forte incertezza è come se il risparmiatore si rifugiasse in una sorta di limbo emotivo nella logica del ‘metto da parte non si sa mai’ con la affermazione del cash cautelativo come strumento familiare di autotutela. L’effetto concreto è che si riducono così, dal punto di vista macro, i consumi, fondamentale propellente per una ripartenza economica complessiva, e non si investe dal punto di vista micro in maniera efficiente essendo al momento e in prospettiva la liquidità poco remunerativa, considerando il basso livello dei tassi di interesse. Sarebbe molto più efficace, invece, affrontare il tema mantenendo la quota ritenuta necessaria come liquida, dotarsi delle opportune coperture assicurative e di welfare per fronteggiare eventuali eventi imprevisti e liberare piuttosto risparmi da investire in modo più remunerativo con un orizzonte temporale di medio-lungo periodo.

 

C’è una correlazione tra alfabetizzazione finanziaria e capacità di far fronte a emergenze

 

C’è però anche un’altra Italia, che non solo non ha registrato un incremento dei risparmi, ma è in seria difficoltà economica a gestire l’emergenza. Secondo l’indagine Doxa condotta per il Comitato nazionale di educazione finanziaria, a causa dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus sono aumentate di 12 punti percentuali le famiglie italiane che dichiarano di non riuscire ad arrivare alla fine del mese: se prima della pandemia erano pari al 46%, adesso si attestano al 58%. Ciò significa che circa sei famiglie su 10 ritengono di essere in maggiore difficoltà a seguito dell’emergenza Covid-19. Inoltre tre famiglie su 10 avrebbero difficoltà a reperire 2mila euro entro un mese per affrontare una spesa imprevista, come per esempio la riparazione dell’auto, l’acquisto inaspettato di un elettrodomestico, una spesa medica o emergenze simili.

 

La ricerca sottolinea poi come disporre di un’elevata conoscenza finanziaria aiuta a essere finanziariamente meno fragili, ossia capaci di fronteggiare meglio le difficoltà. Infatti, il 27,7% di coloro che ritiene di possedere un livello elevato di conoscenze finanziarie di base riuscirebbe ad arrivare facilmente alla fine del mese, nonostante la crisi attuale, contro il 12% di chi si reputa sprovvisto di adeguate conoscenze. Si evidenzia allora la stretta correlazione tra alfabetizzazione finanziaria e capacità di far fronte a momenti di crisi e di difficoltà, come sottolineato dalla ricerca. Chi ha maggiori conoscenze dei concetti finanziari di base sa affrontare meglio uno choc grande e improvviso, come quello dovuto alla pandemia, fronteggia meglio situazioni di stress economico e risulta in definitiva avere un maggior grado di resilienza. Per questo è necessario rafforzare e mettere a sistema le iniziative volte ad aumentare le conoscenze finanziarie degli italiani.

 

L’indagine del Comitato nazionale di educazione finanziaria-Doxa indaga poi anche sul livello di consapevolezza in materia previdenziale. I dati non sembrano essere particolarmente confortanti. Solo il 27% del campione conosce il rischio longevità, gli effetti finanziari e assicurativi cioè del vivere molto a lungo. Alla luce del progressivo invecchiamento della popolazione italiana, il rischio appare molto concreto e costituisce uno dei nuovi profili che vanno adeguatamente considerati e fronteggiati dal risparmiatore e più in generale dal cittadino in un processo di pianificazione finanziaria, assicurativo e previdenziale. Solo il 45% della platea considerata conosce poi la previdenza complementare.

 

Quello che allarma ancora di più è poi il davvero ridotto (23%) livello di conoscenza del rischio longevità tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, mentre aumenta la percentuale in materia di previdenza complementare (42%) considerando un elevato peso dei lavoratori dipendenti che presumibilmente hanno ricevuto informazioni sulla possibile destinazione del trattamento di fine rapporto (TFR) considerando la vigenza del meccanismo del silenzio assenso. Fatte le (numerose) riforme pensionistiche in un ciclo evolutivo ancora in divenire (si attende a breve la ripresa del confronto Governo-sindacati sul dopo Quota 100), nel post Covid-19 occorre costruire una più diffusa conoscenza nel Paese favorendo un ampiamento della platea dei ‘previdenti’.

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