Welfare e long term care, serve la collaborazione pubblico-privato

Per la popolazione non autosufficiente sembra mancare una strategia pubblica di intervento complessivo, dato che gli oneri economici e organizzativi incombono ancora in maniera rilevante sulle famiglie

 

La non autosufficienza rappresenta uno dei principali rischi che derivano dall’accentuato processo di invecchiamento della popolazione che caratterizza l’Italia in particolare, ma che in realtà riguarda tutta l’Europa più in generale. Va segnalata a tal proposito la recente iniziativa della Commissione europea che ha pubblicato il Libro Verde sull’invecchiamento con cui avvia un dibattito su come fronteggiare gli effetti dell’evoluzione della piramide demografici sul mercato del lavoro, sulla formazione in una prospettiva life cycle, sui sistemi pensionistici e sui sistemi sanitari nell’era post Covid-19 con riferimento anche alla non autosufficienza degli anziani.

 

I dati forniti da Bruxelles appaiono particolarmente eloquenti in una osservazione di tipo evolutivo stimando che l’aspettativa di vita è oggi pari a 78,2 anni per gli uomini e a 83,7 anni per le donne, con un incremento cumulato di circa 10 anni per entrambi i generi negli ultimi cinque decenni. Guardando al domani, anzi al ‘dopo domani’, entro il 2070 il 30,3% della popolazione dovrebbe avere almeno 65 anni (rispetto al 20,3% nel 2019) e il 13,2% almeno 80 anni (rispetto al 5,8% nel 2019). Con particolare riferimento alla non autosufficienza l’analisi dell’Ue evidenzia che nel Vecchio Continente (di nome e di fatto) dovremo affrontare un aumento del numero di persone potenzialmente bisognose di assistenza a lungo termine che, nella sola Europa passerà dai 19,5 milioni del 2016 a 23,6 nel 2030, per toccare quota 30,5 milioni nel 2050.

 

Dal punto di vista demografico, il nostro Paese si caratterizza per trend ancora più accentuati considerando come, secondo le stime dell’Istat, il numero di anziani per ogni bambino è passato da meno di uno nel 1951 a cinque nel 2019 (era 3,8 nel 2011) e l’indice di vecchiaia (dato dal rapporto tra la popolazione di 65 anni e più e quella con meno di 15 anni) è notevolmente aumentato, dal 33,5% del 1951 a quasi il 180% del 2019 (148,7% nel 2001). In tale contesto gli anziani non autosufficienti sono oltre 2,8 milioni.

 

Gli oneri di cura restano a carico delle famiglie

 

Al momento la copertura pubblica per far fronte alle necessità della popolazione non autosufficiente è fornita da misure economiche di livello nazionale come l’indennità di accompagnamento e altre prestazioni che rientrano invece nella sfera territoriale, a livello regionale o comunale, erogate sia in forma monetaria – voucher, assegni di cura e buoni sociosanitari – sia sotto forma di servizi. Va poi ricordato come nella legge di Bilancio 2021 è stato previsto uno specifico fondo, iscritto nello stato di previsione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che fornisce la copertura finanziaria degli interventi legislativi finalizzati al riconoscimento del valore sociale ed economico delle attività di cura a carattere non professionale del caregiver (prestatore di cure) familiare.

 

Sembra però ancora mancare, in un ragionamento complessivo più ampio, una strategia pubblica di intervento complessivo con oneri economici e organizzativi che incombono in maniera rilevante sulle famiglie, la cui composizione in termini di numero di membri è in progressiva evoluzione, sia con quello che il Censis definisce come “care diretto” che con il contributo per le badanti.

 

Accanto all’intervento del pubblico vi sono poi sostegni offerti dalla contrattazione collettiva con l’utilizzo di soluzioni di welfare aziendale (in particolare fondi sanitari, ma in qualche misura anche i fondi pensione) e dal mercato assicurativo. L’ intervento della sanità integrativa – che si concretizza versando somme in unica soluzione, periodicamente oppure con la copertura diretta o indiretta delle spese sostenute dall’iscritto divenuto non autosufficiente – è incentivato da un regime fiscale favorevole e per dir così orientato.

 

La deducibilità dei contributi fino al limite dei 3.615,20 euro annui è infatti subordinato alla previsione che almeno il 20% delle prestazioni sostitutive di quelle erogate dal Servizio sanitario nazionale deve essere destinato a prestazioni di assistenza odontoiatrica o socio-sanitaria in favore di soggetti non autosufficienti o finalizzate al recupero della salute di soggetti temporaneamente inabilitati da malattia o infortunio.

 

Un regime tributario di maggior favore è riconosciuto poi ai Premi di risultato fruiti, in tutto o in parte, per scelta del lavoratore, sottoforma di contribuzione a un ente o cassa avente esclusivamente fine assistenziale: i relativi importi non sono soggetti all’imposta sostitutiva al 10% e non concorrono a formare il reddito di lavoro dipendente anche se eccedenti il tetto annuale di 3.615,20 euro. In alcuni casi anche la previdenza integrativa supporta la copertura del rischio non autosufficienza sia con coperture assicurative opzionali in fase di accumulo, cioè durante la vita lavorativa attiva, sia prevedendo come opzione in fase di pensionamento la rendita con l’opzione long term care.

 

Sensibilizzare i più giovani e tutelare i più deboli

 

Quali potrebbero essere le evoluzioni? Si ragiona, anche alla luce della esperienza di contrasto al Covid-19, in termini di una maggiore sinergia pubblico-privato con un maggior coinvolgimento della sanità integrativa  guardando con interesse a casi esteri. Ne è un esempio la solita Germania in cui vi è la obbligatorietà della adesione a forme integrative collettive (fondi sanitari-assicurazioni).

 

Rilevante potrebbe essere poi il ruolo delle assicurazioni con la proposta dell’Associazione nazionale fra le imprese assicuratrici, dopo opportuno confronto istituzionale, di creazione di un fondo di avviamento strutturale che aiuti gli assicuratori a fornire polizze accessibili a una popolazione più giovane e che sussidi le fasce economiche più deboli, considerando come al momento la principale limitazione è la scarsa consapevolezza dei cittadini, che li porta a interessarsi a questo tipo di prodotto intorno ai 45-50 anni. Ma a quel punto il rischio attuariale è già troppo alto. E per questo i prezzi delle polizze diventano più elevati.

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