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Welfare, più costo che investimento

I dati dell’Indagine retributiva 2019, una mappa degli stipendi di Unione Industriale di Torino offre risultati interessanti nell’analisi del rapporto fra welfare e retribuzione.

 

Il welfare aziendale incide sempre di più sul costo del personale per le aziende. Dall’Indagine retributiva 2019, una mappa degli stipendi elaborata dall’Unione Industriale di Torino, l’80% delle imprese adotta almeno uno strumento al proprio interno, in un mix di benefit che arriva a pesare fino al 2,7% del budget aziendale. Tra gli strumenti preferiti ci sono l’assistenza sanitaria, la previdenza complementare, ma anche le mense aziendali e i ticket restaurant che assorbono la maggior parte delle risorse.

 

“Una politica di welfare per essere efficace non può prescindere da una raccolta di informazioni sulle necessità dei lavoratori, spiega Luisella Fassino, Presidente dell’Ordine dei consulenti del lavoro di Torino. “Il gradimento, quindi, dipende dalle misure proposte, ma benefit e welfare devono restare misure aggiuntive che arrivano dopo una corretta retribuzione”.

 

Il peso della componente variabile rispetto alla retribuzione dei dipendenti è in crescita, ma a Torino è ancora circa il 20% del totale, una quota che per il Direttore dell’Unione Industriale, Giuseppe Gherzi, “dovrebbe salire almeno al 30%”: “Dobbiamo puntare sempre di più a una retribuzione che abbia un peso maggiore a livello aziendale e sempre meno a livello nazionale per garantire la competitività e la crescita dell’azienda e dei singoli lavoratori”.

 

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Incidenza % sul costo del lavoro del welfare aziendale (per dimensione e settore)

Cosa dicono i risultati dell’Indagine

 

La ricerca è frutto di una collaborazione di alcune tra le principali Associazioni Territoriali di Confindustria: Unione Industriale di Torino e Confindustria Cuneo in Piemonte, Assolombarda, Associazione Industriale Bresciana, Confindustria Bergamo e l’Unione degli Industriali della provincia di Varese in Lombardia, Confindustria Vicenza e Confindustria Verona in Veneto e Confindustria Emilia Area Centro in Emilia-Romagna. La raccolta delle informazioni tra le associate è stata effettuata attraverso tre diverse rilevazioni, effettuate tra marzo e maggio 2019. Complessivamente hanno collaborato quasi 2mila imprese con quasi 275.000 dipendenti, tra le quali 220 associate all’Unione Industriale Torino, con circa 30mila addetti.

 

“Il welfare aziendale è un tema molto attuale. Attraverso le informazioni gestionali e di dettaglio fornite dalle imprese partecipanti abbiamo osservato che circa tre quarti delle aziende hanno introdotto almeno un benefit, inoltre le diverse misure di welfare assorbono oggi risorse pari al 2,7% del costo del lavoro, contro il 2,2% della precedente indagine. Appare quindi evidente che le imprese stanno puntando decisamente su questi strumenti di compensation”, spiega Ivan Sinis, Responsabile del Servizio Economia e Lavoro dell’Unione Industriale di Torino.

 

Tra i benefit offerti, è stato fatto un approfondimento specifico sulle auto aziendali, uno dei maggiormente diffusi, più delle carte di credito. Le informazioni raccolte mostrano che l’85% delle imprese intervistate gestisce una flotta aziendale, inoltre risulta che la vettura non è solo uno strumento di lavoro, ma sempre più un efficace fattore per attrarre o trattenere le risorse umane più qualificate. “Capire quali sono le logiche di assegnazione più ricorrenti, le modalità gestionali più diffuse e il valore salariale dell’auto ci permette di arricchire l’offerta di strumenti decisionali e strategici per le imprese che ne hanno necessità”, aggiunge Sinis.

 

I servizi welfare più diffusi

 

Relativamente alla diffusione dei singoli strumenti di welfare, al primo posto si posiziona l’assistenza sanitaria integrativa, presente nel 61,8% delle imprese che hanno dichiarato l’utilizzo di almeno una forma di welfare. Seguono la previdenza complementare (47,5%), buoni pasto e mensa (36,9%), altri fringe benefit (33,8%), carrelli spesa (17,6%), area istruzione (14,3%), area cultura (13,2%), assistenza familiari (8,8%), servizi mobilità (5,4%).

 

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Diffusione e costo strumenti welfare aziendale ex artt. 51 e 100 del Tuir

 

Si ha anche una sostanziale conferma del ranking relativo all’incidenza percentuale del costo delle tipologie di welfare aziendale sul costo del lavoro, salvo due eccezioni. Confermano il primo posto buoni pasto e mensa con l’1,7%, segue la previdenza complementare con l’1,4%. Scalano il terzo posto i servizi di mobilità all’1%, verosimilmente in correlazione con l’introduzione della non imponibilità delle erogazioni o rimborsi a fronte delle spese per gli abbonamenti di trasporto pubblico per il dipendente e i familiari, di cui al nuovo comma d-bis dell’articolo 51 comma 2 del Tuir. Al contrario perde posizioni il carrello della spesa, che si attesta allo 0,4%: l’ipotesi più probabile in questo caso è che il vincolo a cifra fissa di 258,23 euro per i voucher pluriuso inizi a essere ritenuto penalizzante.

 

Guardando nel dettaglio gli oneri complessivi per le aziende, le imprese di maggiori dimensioni dichiarano il valore di incidenza superiore, pari al 3,4%. Al contrario, le imprese più piccole rimangono sostanzialmente ferme all’1,8%. La distinzione per settore restituisce la fotografia non scontata: l’industria registra un’incidenza del 2,5% a fronte del 3,5% del settore dei servizi. Dal punto di vista territoriale, si rileva una limitata variabilità tra le aree coinvolte: l’incidenza media sul costo del lavoro, pari al 2,7%, oscilla tra il suo massimo in Lombardia al 3% e il suo minimo in Piemonte al 2,4%, mentre è confermata in Emilia-Romagna e in Veneto.

 

Maggiore invece la disparità tra i territori provinciali della stessa regione: in Lombardia, Milano svetta con il 3,6%, a fronte di un 2% di Bergamo, 2,5% di Varese e 2,9% di Brescia, mentre in Piemonte, Torino è al 2,9% e Cuneo si ferma all’1,7% e, in Veneto, Vicenza è al 2,9% a fronte di Verona al 2,2%. In termini di diffusione, permane la stretta correlazione tra ogni singolo strumento di welfare e la dimensione aziendale. In particolare, il differenziale più ampio, tra le imprese di maggiori dimensioni e le altre, riguarda previdenza complementare e buoni pasto e mensa.

 

Si registra inoltre un’inversione nel ranking per il carrello della spesa – che perde due posizioni rispetto all’area istruzione e all’area cultura e tempo libero nelle imprese maggiori – e per gli altri fringe benefit (nelle imprese di media dimensione superano buoni pasto e mensa). Da notare lo sforzo delle imprese di media dimensione in termini di previdenza complementare (1,7% a fronte dell’1,3% delle imprese più grandi), e la correlazione negativa fra l’incidenza degli altri fringe benefits e la dimensione aziendale (dall’1,4% nelle imprese minori, allo 0,9% in quelle medie, fino allo 0,8% in quelle oltre i 100 dipendenti).

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