Condivisione e socializzazione alla base del welfare di condominio

Sta crescendo anche in Italia un nuovo tipo di welfare che prevede l’erogazione di servizi condivisi tra le persone che abitano in un certo contesto o l’attivazione di forme di mutuo-aiuto tra gli abitanti di una zona. Ma c’è ancora molta strada da fare.

 

 

Badanti, infermieri e baby sitter in comune. Per ottimizzare i costi e collaborare in un’ottica di comunità. E’ lo spirito con il quale, negli ultimi anni, anche nel nostro Paese si è sviluppato il cosiddetto welfare di condominio. In un periodo caratterizzato dall’indebolimento complessivo dei servizi essenziali forniti dallo Stato, i residenti di alcune realtà hanno cominciato a organizzarsi per creare una rete in grado di intercettare le necessità di tutti. Soprattutto delle fasce più deboli. E così in diverse città hanno cominciato a nascere queste nuove forme di cooperazione, basate su collaborazione e sostegno reciproco. «Questo nuovo tipo di welfare prevede l’erogazione di servizi che vanno a rispondere a bisogni condivisi tra le persone che abitano in un certo contesto o l’attivazione di forme di mutuo-aiuto tra gli abitanti stessi», dice David Benassi, docente dell’università di Milano-Bicocca. «Per questo favorisce l’integrazione tra servizi pubblici e iniziative più o meno spontanee della comunità, migliorando anche la qualità delle relazioni sociali». Per il momento la maggior parte delle esperienze, non ancora censite in modo sistematico, sono concentrate in alcuni territori del Nord. A cominciare da Milano, Lecco, Bologna e alcuni Comuni del Veneto. «Al momento il servizio sicuramente più sperimentato è la badante di condominio», prosegue. «È dedicato agli anziani che conservano una buona autonomia ma che hanno bisogno di piccoli aiuti nella vita quotidiana. Simile è il custode sociale, che intercetta le necessità dei soggetti fragili nei condomini popolari. Altre esperienze riguardano i servizi alla persona, in particolare il baby-sitting». L’obiettivo è favorire la coesione sociale, in contesti spesso difficili. Così come l’integrazione fra i membri della comunità.

 

Vantaggi e svantaggi

E i vantaggi di questo genere di esperienze sono numerosi. Innanzi tutto c’è la possibilità di abbattere i costi individuali, spalmando su più utenti il peso economico dell’erogazione della prestazione. Inoltre esiste un evidente miglioramento dei rapporti all’interno del condominio. Ma esiste anche qualche limite. «Si avverte la difficoltà che esperienze di questo tipo si sviluppino nelle comunità più problematiche e svantaggiate, dove le risorse di attivazione sono sicuramente inferiori e dove le realtà del terzo settore sono meno presenti», conferma il docente. Nonostante questo il welfare condominiale, a detta degli addetti ai lavori, è destinato a crescere ancora. «Naturalmente bisognerebbe avviare da parte dello Stato delle agevolazioni fiscali e occorre un tessuto sociale favorevole, con risorse da investire. Il quadro politico nazionale non mi sembra orientato in questo senso, quindi dipenderà molto dalle amministrazioni locali», conclude Benassi.

 

L’esperienza di WeMi

 

Fra le esperienze più positive a livello nazionale c’è WeMi, sperimentata a Milano. È partita nel 2016 in tre condomini, coinvolgendo circa 40 famiglie. Oggi è pronta la versione 2.0, con nuove funzionalità per facilitare la condivisione dei servizi all’interno dei condomini consentendone anche l’acquisto online. Il progetto è stato avviato grazie al cofinanziamento di Fondazione Cariplo e si sviluppa grazie al portale wemi.milano.it, sul quale è possibile trovare i servizi che le cooperative accreditate dal Comune propongono a chi vive nei condomini. «Si tratta di attività di socializzazione e incontro, ma anche di servizi condivisi di assistenza familiare, come badanti e baby sitter», racconta la responsabile Emanuela Losito. «I residenti possono utilizzare il sito per cercare il servizio che interessa loro e contattare la cooperativa per personalizzarlo sulla base delle diverse necessità». Attualmente le attività più richieste riguardano l’animazione e l’organizzazione del tempo libero per i minori. Ma sono stati avviati anche laboratori con l’obiettivo di raccogliere i bisogni delle famiglie più fragili come per esempio quelle straniere. «La sperimentazione ha mostrato che un ascolto co-partecipato facilita la produzione delle risposte», va avanti la dirigente. Per gli operatori sociali, abituati a contesti più complessi, questo progetto è stato l’occasione per lavorare in una prospettiva di promozione del benessere e costruzione di relazioni. Processi partecipati di ascolto dei bisogni e co-progettazione di soluzioni condivise permettono di costruire relazioni e acquisire un metodo replicabile in futuro, anche mettendo in gioco proprie competenze e risorse.

 

Siamo solo agli inizi

 

Naturalmente molta strada deve essere ancora fatta affinché esperienze di questo tipo diventino capillari. «L’introduzione dell’assistente famigliare nel contratto nazionale di lavoro Saci ha posto le basi per costruire ipotesi future di lavoro. È il segnale di un percorso di riflessione degli amministratori di condominio a fronte della sempre maggiore complessità dell’abitare, che li ha portati a un avvicinamento al welfare pubblico», conclude l’esperta. «Si sta valutando di proseguire la collaborazione avviata con Anaci, perché la collaborazione con gli amministratori di condominio è fondamentale per proseguire nel lavoro avviato e promuovere un maggior benessere tra i cittadini. Va avanti anche il lavoro con le organizzazioni accreditate dal Comune che da molti anni, attraverso il servizio di custodia sociale, lavorano all’interno degli stabili di edilizia residenziale pubblica e solo da poco stanno sviluppando soluzioni di welfare flessibili e personalizzate rivolte specificatamente ai condomini, in una prospettiva non solo individuale ma anche di condivisione e sharing».

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