Più anziani e meno servizi

Più anziani e meno servizi

L’Italia non è pronta a fronteggiare la crescente quota di anziani in cerca di assistenza. Lo dice lo studio  elaborato da Giuseppe Greco, segretario generale dell’Isimm Ricerche.

 

L’Italia invecchia di più e male. Nei Paesi dell’area Ocse la quota di popolazione con più di 65 anni è quasi raddoppiata negli ultimi 40 anni e si prevede che raggiungerà il 28% entro il 2050. L’Italia in particolare avrà il primato dell’età media più alta di tutto il Continente: sempre nel 2050 gli anziani saranno il 34,3%, uno su tre. Inoltre  il nostro Paese si conferma uno di quelli in cui si vive più a lungo: l’aspettativa di vita di chi ha 65 anni oggi può raggiungere i 20,6 anni, con differenze tra le varie regioni.
Tuttavia se si guarda la speranza di vita in buona salute a 65 anni, l’Italia si posiziona al quintultimo posto in Europa con 7,7 anni contro una media nei Paesi Ocse di 9,4 anni : peggio di noi fanno solo Slovacchia, Lettonia, Estonia, Ungheria e Portogallo.

Lievitano i costi delle strutture per la gestione degli anziani

 

Considerati, inoltre, il mutamento della struttura familiare che non permette più l’assistenza diretta presso il proprio domicilio e gli evidenti limiti dell’assistenza erogata da badanti, si registra un incremento dell’utilizzo dei servizi offerti da strutture specializzate.
Vi è un costante aumento dei posti letto a livello europeo, ma non sempre adeguato alla crescente domanda di assistenza (il fabbisogno è destinato a crescere in Italia, secondo Scenari Immobiliari, di 8000 nuovi posti letto all’anno). In generale nel corso del tempo i posti letto disponibili nelle strutture ospedaliere sono rimasti stabili o addirittura calati, mentre sono aumentati quelli delle strutture private.
Secondo la Commissione europea, il parametro di riferimento di residenze sanitario-assistenziali dovrebbe essere di 50/60 posti letto ogni 1000 abitanti over 60, ma la media Ocse si attesta a 49,7 posti letto ogni 1000 abitanti over 60, mentre il dato italiano si ferma a 19,2, con Turchia, Lettonia e Polonia a fare peggio di noi. «L’offerta di posti letto di RSA in Italia è sicuramente insufficiente», rileva Claudio Sileo, Direttore Generale ASP IMMes e Pio Albergo Trivulzio, « ma il dato ancor più critico è la differenza tra le regioni (si va dai 40,9 posti letto ogni 1000 over 65 del Piemonte ai 3,3 posti letto ogni 1000 over 65 dell’Umbria), con gravissima carenza in alcune e parziale allineamento ai parametri europei in altre.
Tuttavia se consideriamo la sola Lombardia (terza in Italia con 30,5 posti letto ogni 1000 abitanti over 65) e volessimo calcolare il numero di posti da attivare per rispettare il parametro consigliato dalla Commissione europea (50/60 posti letto), otterremmo un numero di circa 60.000 nuovi posti letto necessari, cioè il raddoppio degli attuali.
Considerando quanto costa mediamente al Servizio Sanitario Regionale 1 posto letto/anno ( euro 13.000) otterremo un costo annuo di ben euro   780.000.0000
Per le Regioni del Sud l’adeguamento allo standard europeo avrebbe costi ben maggiori. «In un momento di contingenza economica non favorevole per Stato e Regioni questo spiega per quali motivi l’offerta di posti letto resta bassa o molto bassa e comunque inadeguata», spiega Sileo.

 

Pochi presidi socio sanitari al Sud

 

Né  la  situazione  si  presenta  più  rosea  se  si osservano  i  dati  relativi  al  numero  di  presidi  socio-sanitari  e  socio-assistenziali, pubblici e privati (profit e no profit), e alle relative rette. La maggior parte di presidi e interventi pubblici sono presenti al Nord, con rette giornaliere più basse rispetto alla media, mentre il Sud ( che già di per sé presenta situazioni di povertà assoluta che nel 2017, con riferimento alle famiglie, ha raggiunto il 10,3%), è interessato da un’offerta privata che si va sviluppando, anche in relazione all’aumento delle future necessità assistenziali.

 

Aumenta la frammentazione sociale

 

E Silvana Roseto, Segretaria Confederale della Uil aggiunge: «Risulta poi preoccupante l’analisi dei dati relativi alla speranza di vita alla nascita per regione e non si può non percepire l’elevata frammentazione sociale oggi esistente nel nostro Paese, che determina notevoli differenze territoriali anche in relazione alla longevità». Dopo  alcuni  decenni  di  relativo  benessere  generale, infatti,  la  condizione sociale italiana è  andata via via  peggiorando,  anche  come  conseguenza  della  crisi  economica  ed occupazionale che ha pervaso il Paese, determinando forti squilibri che inficiano la qualità di vita delle persone e che si ripercuotono, inevitabilmente, sull’aspettativa di vita, soprattutto in buone  condizioni. Del resto è acclarato che quest’ultima è strettamente legata all’influenza di diversi fattori fra cui gli stili di vita, il benessere economico, il livello di istruzione,  oltre  che  a  una  più  generale  cultura  della prevenzione.
«Priva di un’adeguata politica “preventiva” di welfare», conclude Roseto, «l’Italia si trova a fare i conti con una popolazione che invecchia presentando condizioni di salute sempre più precarie segnata da alti  livelli  di  cronicità  delle  malattie,  non  autosufficienza,  disabilità, spesso  in  contesti  di  povertà  diffusa e in presenza di famiglie per lo più mononucleari, quindi con un generale aumento del bisogno di assistenza». Senza dimenticare che l’inadeguatezza  di  una  politica nazionale di Long Term Care che non offre soluzioni pubbliche proporzionate ai reali e nuovi  bisogni,  determina  l’aumento  dei  costi  per  assistenza  a carico  delle  famiglie,  sia  in  termini  economici  (ricorso  a  cd.  badanti, cresciute del 50% negli ultimi 5 anni), che  sociali (impegno dei familiari in attività di care-giver).

 

Il ruolo delle assicurazioni

 

In questo quadro una risposta all’esponenziale crescita nel settore dell’assistenza agli anziani arriva dal mondo delle assicurazioni tramite la sottoscrizione  di polizze assicurative per la non autosufficienza-Ltc (Long Term Care, molto simili ad altre assicurazioni del ramo vita).
L’assicurato non più autosufficiente può avere a disposizione una rendita oppure il rimborso delle spese di assistenza. «L’obiettivo è quello di offrire a tutti i cittadini nuove forme di tutela», spiega Fiammetta Fabris, Amministratore Delegato di UniSalute «derivanti da un mix pubblico-privato per l’offerta di servizi assistenziali, oggi ancora insufficiente o lasciata all’assistenza informale da parte delle famiglie».
Nate in Gran Bretagna, le polizze Ltc, hanno trovato molti consensi in Germania (dove dal 1995 è in vigore per tutti i cittadini l’obbligo di stipulare un’assicurazione, privata o pubblica, che garantisca assistenza di lungo periodo in caso di perdita dell’autonomia), in Francia e negli Stati Uniti, ma in Italia sono ancora poco diffuse.

 

 

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