La partita della telemedicina

La partita della telemedicina

La telemedicina in Italia non ha ancora una diffusione capillare. Eppure porterebbe a un risparmio di 6,9 miliardi di euro l’anno per  il servizio sanitario nazionale.  A cui si aggiungerebbero altri 1,4 miliardi dall’ integrazione tra ospedale e territorio. Un settore che i piani di welfare aziendale  potrebbero  spingere in collaborazione con le compagnie assicurative.

 

Cartelle cliniche elettroniche, visite e diagnosi a distanza, referti ospedalieri in formato digitale. E poi ancora lastre, tracciati ed esami compressi in file che possono facilmente essere scambiati e raggiungere qualunque struttura. Senza dimenticare app ed email a disposizione degli specialisti. Sono le novità introdotte negli ultimi anni dalla cosiddetta sanità elettronica e telemedicina, che permettono a dottori, ospedali e reparti di scambiarsi informazioni in modo più rapido ed efficace. Ma anche ai pazienti di essere seguiti da remoto. Un mercato su cui si gioca parte della partita welfare delle compagnie assicurative nazionali che si stanno attrezzando per offrire ad aziende e lavoratori questo genere di servizi.
Pratiche che stanno crescendo anche nel nostro Paese, spinte dal successo dei dispositivi elettronici creati proprio per il settore salute. E la prospettiva è di un aumento ancora più consistente se è vero che entro la fine del 2019 saranno ben 42 milioni i robot di servizio e assistenza domestica venduti in tutto il mondo. Nel frattempo a segnare un piccolo boom è la sanità digitale che in Italia nel corso del 2017 ha toccato quota 1,3 miliardi di euro, pari all’1,1% della spesa sanitaria pubblica, 21 euro per abitante. La crescita, rispetto all’anno precedente, è del 2%, anche se per la maggior parte dei cittadini questi nuovi servizi hi-tech sono ancora abbastanza sconosciuti. A fornire i dati è l’Osservatorio digitale in sanità della School of management del Politecnico di Milano, che dimostra come sulla sanità digitale e sulla telemedicina stiano aumentando gli investimenti, ma non ancora la diffusione. La maggior parte della popolazione è ancora restia a utilizzare il web per accedere ai servizi sanitari: l’80%  preferisce andare personalmente a ritirare documenti clinici, consultare un medico o pagare una prestazione. Mentre 7 connazionali su 10 tendono a parlare di persona con il proprio medico, tralasciando così email, sms o messaggi Whatsapp.
Eppure, a fronte di questa reticenza, la spesa per questi servizi cresce. Secondo la stessa ricerca, nel corso dello scorso anno sono stati messi a disposizione budget significativi per la cartella clinica elettronica (47 milioni di euro), per i sistemi di front-end (45 milioni) e per il disaster recovery (31 milioni).

 

Con la telemedicina il welfare pubblico risparmia

 

In aumento risultano anche gli investimenti per la telemedicina: 24 milioni di euro in un anno. Di pari passo sta crescendo anche l’interesse dei dottori per queste nuove tecnologie, che utilizzano soprattutto per comunicare con i pazienti. Whatsapp, per esempio, è utilizzato dal 63% dei medici di famiglia e dal 52% degli specialisti, soprattutto per scambiare facilmente dati, immagini e informazioni. Meno digitali risultano i cittadini: solo il 15% usa l’email, il 13% gli sms e il 12% Whatsapp per comunicare col proprio medico.
Senza contare il risparmio di tempo che una maggiore diffusione della medicina comporterebbe per gli utenti.  Secondo lo studio, 8 italiani su 10 nell’ultimo anno hanno ritirato documenti clinici di persona impiegando in media 45 minuti, contro i 20 necessari per il ritiro in farmacia e i cinque via web. Se invece l’80% li ritirasse online, il 10% in farmacia e solo il 10% di persona, l’impatto economico sarebbe di 1.630 milioni di euro. «Con il progressivo invecchiamento della popolazione il divario fra bisogni di cura e risorse a disposizione è destinato a crescere e l’innovazione digitale è l’unica leva per rendere sostenibile il sistema sanitario», conferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio. «La leggera crescita degli investimenti per la sanità digitale è una buona notizia, ma non basta per colmare il divario esistente. Serve un rinnovamento dei modelli organizzativi delle aziende sanitarie, spostando le prestazioni dall’ospedale al territorio e migliorando l’accesso alle cure», continua l’esperto che poi aggiunge: «È necessaria la partecipazione attiva dei cittadini alla corretta gestione della propria salute, da incentivare attraverso l’adozione di strumenti digitali utili per comunicare col medico, per accedere ai propri dati clinici, come il fascicolo sanitario elettronico, e per monitorare il proprio stile di vita, come le app. Serve infine lo sviluppo delle necessarie competenze digitali degli operatori sanitari, sia nelle università che attraverso piani di formazione continua sul posto di lavoro».

 

In Italia il servizio più usato è il tele-consulto

 

Ecco perché gli analisti sono convinti che il futuro, in Italia, sia proprio nel segno della telemedicina. Per il momento la diffusione capillare è però ancora lontana. La spesa è aumentata lievemente rispetto al 2016 (24 milioni lnel 2017 contro i 20 di due anni fa), ma soltanto il 38% dei direttori delle aziende sanitarie lo reputa un ambito rilevante. Il servizio di telemedicina più diffuso è il cosiddetto tele-consulto tra strutture ospedaliere e dipartimenti, a regime in circa un terzo del campione analizzato dai ricercatori. Ancora poco adottati, invece, sono i servizi di tele-salute e tele-assistenza, presenti soprattutto con progetti pilota. Allo stesso modo, la percentuale di medici specialisti e medici di medicina generale che utilizza soluzioni di telemedicina risulta limitato: il tele-consulto è il servizio più utilizzato (rispettivamente dall’11% dei medici specialisti e dal 4% medici generici), mentre faticano a diffondersi i servizi che coinvolgono il paziente, come quelli di tele-salute (rispettivamente 7 e 2%) e tele-assistenza (5 e 4%), nonostante livelli di interesse all’utilizzo sempre superiori al 50 per cento. Eppure, secondo i più recenti dati diffusi dall’Osservatorio Netics, se questi servizi si diffondessero in tutto il Paese il servizio sanitario nazionale potrebbe risparmiare qualcosa come 6,9 miliardi di euro l’anno. Due miliardi e mezzo di risparmi arriverebbero dotando gli ospedali di strumenti a supporto delle decisioni terapeutiche, basati su sistemi di Evidence based medicine. Altri 1,4 miliardi dall’integrazione tra ospedale e territorio.

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