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Asilo aziendale no grazie, mio figlio non è un dipendente

Non è sempre una buona idea far intersecare il piano familiare con quello professionale. Ecco perché inserire gli asili aziendali nei piani di welfare aziendale potrebbe non essere ciò che chiedono i lavoratori.

 

Secondo i dati Eurostat pubblicati a marzo 2019, il divario occupazionale fra uomini e donne in Italia è di 19,8 punti percentuali. Peggio di noi, in Europa, solo Malta. Ma se, nei primi Anni 2000, il rimedio a qualsiasi tipo di divario di genere nel mondo del lavoro sembrava essere l’apertura di più nidi aziendali (la legge di Bilancio del 2001 dedicava un intero articolo al tema e stanziava la bellezza di 300 milioni di euro in tre anni allo scopo), lo scorrere del tempo ha dimostrato che non era questa la panacea per l’occupazione femminile.

 

Analizzando le diverse ricerche sviluppate sul tema della conciliazione vita-lavoro negli ultimi due anni, le preferenze delle lavoratrici (e dei lavoratori) vanno allo Smart working, alla flessibilità oraria, al part time, ai congedi parentali, retribuiti e obbligatori, anche per gli uomini; solo nelle ultime posizioni fanno capolino i nidi aziendali. Si tratta di un posizionamento ideologico da parte dei lavoratori, oppure di un’intrinseca mancanza di efficacia di questa misura?

 

Tuttowelfare.info ne ha parlato con Nicola Barbieri, Docente di Storia della Pedagogia all’Università di Modena e Reggio Emilia: “L’idea degli asili aziendali non è certamente un portato della modernità, né una conquista recente. L’invenzione risale alla prima rivoluzione industriale, ha circa due secoli”. Dunque, essi non sono il frutto di rivendicazioni femminili o delle classi operaie, bensì “l’espressione della volontà dei grandi imprenditori di gestire la vita dei propri dipendenti in ogni fase, creando comunità chiuse in cui sviluppare relazioni, vivere, abitare e, anche, istruire i figli”.

 

Questo basterebbe, forse, a spiegare la relativa freddezza con cui le lavoratrici e i lavoratori accolgono questa misura: “Senz’altro i miei colleghi pedagogisti della metà del secolo scorso sono stati molto critici riguardo all’opportunità di far crescere i figli dei lavoratori in ambienti legati, in qualche modo, alla realtà professionale dei genitori. Oggi le cose, per fortuna, sono parzialmente cambiate”, spiega Barbieri. “I nidi aziendali sono, per lo più, appaltati e gestiti da organizzazioni esterne, che utilizzano dipendenti propri, che non hanno legami con l’azienda committente”.

 

“Un altro correttivo fondamentale che è stato introdotto è quello che prevede la possibilità di inserire bambini ‘esterni’, i cui genitori non sono dipendenti dell’impresa ospitante. Questo permette un maggiore confronto e scambio, salutare sia per i bambini, sia per le loro famiglie”.

 

Non allontanare i figli dal loro contesto sociale

 

In generale, non è sempre una buona idea far intersecare il piano familiare con quello professionale. Purtroppo, mancano completamente, in Italia, studi accademici – o comunque indagini affidabili – che si interroghino sulle conseguenze pedagogiche della frequenza dei bambini a nidi aziendali ‘chiusi’, ovvero che non consentano inserimenti esterni.

 

“Senz’altro il contesto educante, nei primi anni di vita, è determinante per la formazione dell’individuo. Tuttavia, non sono mai stati effettuati studi che mettano in evidenza le differenze fra bambini che frequentano la scuola nello stesso quartiere in cui vivono e quelli, per esempio, che studiano molto distanti da casa, perché i genitori scelgono di iscriverli più vicino al luogo di lavoro”, continua il professore.

 

“In base alla mia esperienza personale potrei aspettarmi che non si tratti di una scelta neutra. Crescere in un ambiente, in un territorio, in una comunità con determinate caratteristiche sociali e frequentare la scuola in un contesto del tutto differente non può non avere ripercussioni e sarebbe bene approfondire questi aspetti di condizionamento esterno nella scelta educativa, quasi sempre effettuata per comodità negli spostamenti”.

 

È comunque evidente che, anche nel caso di asili aperti a inserimenti esterni, favorire la frequentazione di comunità chiuse non è mai positivo per i bambini: “I nidi aziendali non mi sembrano la soluzione a tutti i problemi di conciliazione dei tempi di lavoro e vita delle famiglie”, continua l’esperto. “La frequenza in prossimità del luogo di lavoro implica, spesso, una distanza dalle reti familiari e sociali di riferimento, che talvolta potrebbero rivelarsi più utili, rispetto alla comodità del nido accanto alla fabbrica”, spiega.

 

La soluzione? “Da padre, prima che da pedagogista, già negli Anni 90 per i miei figli ho scelto il nido autogestito da un gruppo di genitori. Tariffa uguale per tutte le 14 famiglie aderenti, indipendentemente dalle possibilità di ognuno; condivisione delle scelte pedagogiche; costruzione di una rete di relazioni che permetteva flessibilità e fiducia”, rivela Barbieri.

 

Insomma, l’educazione dei figli nello stesso contesto di lavoro dei genitori non è una buona idea: d’altra parte, il welfare 4.0 è sempre più condiviso, sempre più aperto al territorio e alla comunità, in ottica ‘circolare’. Al bando, dunque, l’autoreferenzialità: per le imprese è tempo di pensare a nuovi livelli di servizi di welfare, da costruirsi ‘in rete’ con altre realtà.

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