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Bimbi in ufficio, genitori più sereni

Portare i più piccoli alla scoperta dei posti di lavoro di mamma e papà permette di abbattere le barriere tra vita lavorativa e vita privata. Per i genitori favorisce l’affiatamento tra colleghi. Per i figli è un’esperienza di conoscenza e di accettazione del distacco dai genitori.

 

 

Un bacio, un’ultima raccomandazione per la giornata e – zaino in spalla – si entra a scuola. La mamma, o il papà, restano fuori: devono andare al lavoro. In ufficio. Quel luogo astratto e che, nella testa dei piccoli, è sempre un po’ misterioso. Eppure è qui che i genitori passano gran parte della giornata: lavorano, mangiano, parlano, ridono, si arrabbiano, gioiscono e si stancano. Un universo percepito, a volte, come separato da quello della vita privata, familiare.

 

Ecco che portare i figli alla scoperta dell’ambiente di lavoro di mamma e papà permette di avvicinare, almeno per un giorno all’anno, questi due mondi. Da un lato facendo conoscere ai più piccoli il posto di lavoro dei genitori, dall’altro permettendo agli adulti di condividere una parte della propria vita personale con i colleghi e i datori di lavoro.

 

Un’iniziativa che si inserisce in questo scenario è Bimbi in ufficio, organizzata da Rcs – Corriere della Sera e arrivata nel 2019 alla 25esima edizione: nel 2018 vi avevano preso parte 120 aziende, che hanno organizzato laboratori, giochi e percorsi educativi tra scrivanie, corridoi e sale riunioni.

 

La vita non è a compartimenti stagni

 

È vero, si tratta solo di una giornata: troppo poco per incidere effettivamente sulla routine quotidiana. Ma abbastanza per attirare attenzione sulla necessità di conciliare i diversi ruoli della vita di ciascuno – genitore, figlio, partner, lavoratore – e quindi di sviluppare soluzioni per un vero equilibrio vita-lavoro. A spiegarlo è Elena Barazzetta, Ricercatrice di Percorsi di secondo welfare e autrice di Genitori al lavoro. Il lavoro dei genitori (ESTE, 2019).

 

“Giornate come quelle con i figli in ufficio permettono di promuovere il work-life balance non come compromesso tra sfere di vita contrapposte e separate, ma come vero equilibrio tra i vari contesti che compongono la vita di ciascuno”. Con questa iniziativa, spiega la ricercatrice, i lavoratori portano in azienda una parte fondamentale della propria vita personale: la famiglia.

 

In questo modo si ribadisce l’unicità della persona: l’azienda, com’è normale che sia, cerca collaboratori produttivi, ma attraverso progetti di questo tipo dimostra di non trascurare la sfera personale dei propri dipendenti, ma, anzi, di includerla e accoglierla.

 

Dal punto di vista del genitore, portare i propri figli in ufficio ha ripercussioni positive anche nel rapporto con i colleghi, da cui spesso la sfera personale viene tenuta fuori. È lo stesso motivo per cui le aziende promuovono le attività di team building: per favorire dei contesti informali in cui il lavoratore può mostrarsi in una veste diversa da quella abituale e far conoscere agli altri un lato inedito del proprio carattere e del proprio universo.

 

“È un modo per abbattere le barriere. Condividendo con le persone con cui si lavora un pezzo della propria vita privata, la parte più vulnerabile di sé, si favorisce l’affiatamento tra colleghi e si genera una migliore collaborazione e comunicazione”, dice Barazzetta.

 

La parola d’ordine è quindi “inclusività”: sapere che l’azienda in cui si lavora è un luogo in cui la propria vita privata trova spazio e può essere condivisa, crea un ambiente di lavoro più positivo. E dal punto di vista dei più piccoli? “Per loro è importante prendere familiarità con il luogo in cui i genitori passano gran parte della giornata e in cui lasciano tante energie.

 

Vedere gli spazi in cui la mamma o il papà lavorano e la loro scrivania li rende più sereni. È un’esperienza di conoscenza e, talvolta, di accettazione del distacco dai genitori”. Questi benefici si ripercuotono a cascata sugli adulti che potranno sentirsi ‘meno in colpa’ e più sereni a lasciare i bambini a scuola, dai nonni o dalla babysitter e, di conseguenza, saranno più produttivi in ufficio.

 

Un primo passo verso il vero equilibrio vita-lavoro

 

Secondo Barazzetta, le iniziative che portano i figli a interagire con il posto di lavoro dei genitori rappresentano un primo piccolo passo per affrontare il tema della conciliazione vita-lavoro in modo innovativo, non solo come questione meramente femminile, ma nella sua interezza e complessità. “Anche i padri hanno il diritto e il dovere di prendersi cura dei figli e le aziende devono renderlo possibile, favorendo il cambio culturale necessario”.

 

Il lavoro flessibile, o Smart working, può venire in aiuto in questo senso, sostenendo un migliore equilibrio tra i ruoli della vita: potendo lavorare da remoto e per obiettivi, ciascuno può gestirsi le giornate in autonomia senza essere costretto a dividere rigidamente il tempo da dedicare al lavoro da quello da dedicare alla famiglia. Soluzione che sempre più lavoratori richiedono, a volte preferendola all’aumento in busta paga.

 

Secondo Barazzetta è questa la direzione da seguire, perché altri strumenti, al contrario, hanno mostrato i loro limiti e stanno pian piano venendo accantonati. Uno su tutti l’asilo nido aziendale, troppo poco sostenibile per le imprese, sia per i costi sia per l’invecchiamento della popolazione dipendente che ha nel tempo bisogni differenti.

 

E poi il part time: “È ancora molto richiesto dalle mamme, ma ha conseguenze molto negative sulla carriera, sullo stipendio e sulla contribuzione. Lo Smart working, al contrario, permette ai genitori di non ingabbiarsi in quelle che sembrano soluzioni adeguate a rispondere a difficoltà di conciliazione specifiche di alcuni momenti della vita, ma che poi generano gravi conseguenze nel lungo periodo”.

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manuela.gatti@tuttowelfare.it