Valutare l’impatto sociale, un’opportunità per le aziende

La valutazione rappresenta un passaggio fondamentale per le imprese e un grande potenziale. A patto di dotarsi di competenze specifiche adeguate.

 

 

Negli ultimi anni stiamo assistendo a un fenomeno di sostanziale convergenza di modelli tradizionalmente caratterizzati dal perseguimento di obiettivi puramente sociali (non profit) o economici (profit) verso un concetto di blended value contraddistinto dall’unione delle due componenti. Gli esempi più calzanti in questo senso riguardano le imprese sociali e le società benefit che, con diverse modalità e proporzioni, uniscono la ricerca di una sostenibilità economica attraverso un approccio imprenditoriale al perseguimento di un cambiamento positivo per la comunità e gli stakeholder.
Al di là di questi esempi, la nozione di sostenibilità come strumento chiave per sostenere la competitività, la reputazione di impresa e quindi la sua redditività è ormai un concetto largamente accettato. Ma cosa s’intende con sostenibilità? Secondo un recente studio[1], per la maggior parte delle aziende integrare la sostenibilità nel business significa “riuscire a misurare e monitorare gli impatti ambientali, sociali ed economici dell’organizzazione”. A questo si aggiunge un’attenzione crescente del legislatore, si veda ad esempio la normativa sulla disclosure non finanziaria[2] che richiede alle imprese sopra i 500 dipendenti di rendere noto il loro impatto sociale (obbligo che verrà verosimilmente esteso anche alle realtà con meno personale); e la crescita di standard internazionali, come il Dow Jones Sustainability Index che riporta la performance delle principali imprese in termini economici, ambientali e sociali includendo la valutazione dell’impatto tra i criteri di analisi. In sintesi, possiamo dire che, nell’ottica di un successo duraturo per l’azienda, di compliance con la normativa, e di adesione a framework riconosciuti, le aziende saranno sempre più chiamate a integrare la valutazione degli impatti nel proprio modello di business.

 

I benefici non mancano

 

Sono diversi i benefici per le aziende che adottano un approccio rigoroso e sistematico alla valutazione dell’impatto: maggiore attrattività per gli investitori, riduzione dei rischi, posizionamento agli occhi dei consumatori, migliori relazioni con le amministrazioni e le comunità locali… sono alcune delle motivazioni più frequentemente enfatizzate. Ma vorrei soffermarmi su tre fattori interrelati in particolare:

  • Dimostrare il valore internamente. Per l’86% delle aziende[3] la valutazione dell’impatto è fondamentale per avvalorare i risultati – in primis agli stakeholder interni, per evidenziare come le donazioni per la comunità non siano semplici erogazioni a fondo perduto ma veri e propri “investimenti”. Se è pratica comune nel business valutare l’efficacia di una strategia in termini di performance economica, non si comprende perché una simile logica di orientamento ai risultati non dovrebbe essere applicata per la performance sociale d’impresa.
  • Comunicare i risultati conseguiti. Il processo di valutazione “costringe” le aziende a monitorare e mappare tutte le risorse destinate alla comunità (donazioni cash, in-kind, coinvolgimento dei dipendenti, ecc.) per rilevarne gli effetti diretti e indiretti. Questo permette spesso di rilevare risorse allocate e impatti generati precedentemente non valorizzati e di evidenziarli nel reporting agli stakeholder esterni.
  • Razionalizzare i processi. Nel momento in cui si adotta un approccio orientato ai risultati, le aziende tendono a diminuire il numero di donazioni destinate a soggetti non profit, aumentando il volume medio delle erogazioni su un numero più limitato di soggetti con cui stabilire partnership di lunga durata. Concentrare le risorse sui progetti che si sono dimostrati efficaci, oltre ai benefici autoesplicativi, facilita i processi interni diminuendo la complessità e gli sforzi per l’azienda di gestire un portafoglio ampio di micro-collaborazioni frammentate sul territorio.

Vale la pensa ricordare infine che, come riporta UnionCamere[4], la Corporate Social Responsibilityva oltre il rispetto delle prescrizioni di legge e individua pratiche e comportamenti che un’impresa adotta su base volontaria, nella convinzione di ottenere dei risultati che possano arrecare benefici e vantaggi a se sessa e al contesto in cui opera”.

Davanti a questa definizione è chiaro, a prescindere da altre motivazioni, che non valutare i risultati (l’impatto) delle azioni implementate risulti una contraddizione in termini.

 

Lo stato dell’arte in Italia

 

Il settore corporate ha dimostrato una forte crescita di attenzione verso la nozione di “impatto”, anche se al momento più a livello internazionale: analizzando l’ultimo rapporto Giving in Numbers 2017, edito dalla coalizione internazionale CECP che riunisce i CEO delle più grandi aziende globali, emerge come nel 2016 otto imprese su dieci dichiarino di misurare l’impatto di almeno un progetto sostenuto con elargizioni liberali. E in Italia?
Secondo i dati disponibili[5], meno dell’11% delle 193 aziende italiane valuta il proprio impatto sociale, a fronte di una media del 16,3% tra i 1.189 rispondenti internazionali e del 42,3% tra le 142 aziende classificate come “leader”. Eppure, dinanzi alla domanda Quali strumenti, pratiche, iniziative avranno il maggior potenziale per l’integrazione della sostenibilità nel business nei prossimi 3 anni?”, le aziende italiane riportano ai primi posti l’”adozione di strumenti di valutazione dell’impatto sociale”, con un tasso di preferenza (33,7%) superiore alle medie internazionali e ai leader di settore. Come si spiega questa dissonanza?

 

Le sfide e i rischi

 

Possono essere numerose le motivazioni per cui le aziende non applicano la valutazione dell’impatto sociale alle proprie iniziative – per esempio per priorità concorrenti, scarsa consapevolezza da parte del management o focalizzazione su risultati di breve termine. Ma un altro tema fondamentale è che, semplicemente, la valutazione è un processo complesso che richiede competenze specifiche, generalmente non presenti in azienda. Da definizione, valutare l’impatto sociale significa determinare gli “effetti positivi e negativi, intenzionali ed involontari, diretti e indiretti, primari e secondari prodotti da un intervento”. Questo comporta una prima distinzione fondamentale: cosa si vuole valutare? La valutazione si basa, infatti, su tre livelli di risultato collegati ma distinti: output, outcome e impatto.

  • Output: numero e tipologia di persone assistite, attività svolte e oggetti realizzati nel corso di un certo periodo di tempo. Ad esempio, il numero di persone inserite in un percorso di avviamento al lavoro.
  • Outcome: cambiamenti attesi e misurabili cui i beneficiari di servizi vanno incontro in termini di comportamenti, conoscenze, abilità, atteggiamenti, status sociale o personale. Ad esempio, il numero di persone che, a seguito del percorso di avviamento al lavoro, risulta occupato.
  • Impatto: la differenza tra quanto si osserva in presenza dell’intervento e quanto si sarebbe osservato in sua assenza. In questo senso, seguendo il nostro esempio, intendiamo il numero di persone che, a seguito del percorso di avviamento al lavoro, risulta occupato e che non sarebbe occupato se non avesse seguito il percorso; in sintesi, il livello di occupazione raggiunto nella popolazione target esclusivamente grazie al percorso di avviamento al lavoro – al netto di predisposizioni personali di partenza (es. livello di competenze o motivazione) o variabili esterne (es. miglioramento del mercato del lavoro o supporto fornito da altre organizzazioni).

Valutare l’impatto sociale” è diventata in questi anni una locuzione apparentemente irrinunciabile nel lessico di professionisti e organizzazioni che, a vario livello, operano a favore della comunità: purtroppo, nel momento in cui si passa a un livello più profondo di analisi, spesso le esternazioni non corrispondono alla realtà. Va sottolineato come la valutazione dell’impatto sia una pratica molto rara, nel settore corporate ma non solo, mentre si assiste a una proliferazione di narrativa che fa riferimento in realtà a misurazioni dei primi due livelli (output e outcome). Non necessariamente un approccio è sempre migliore dell’altro: se il nostro obiettivo è dimostrare accountability limitatamente ai risultati più tangibili della nostra azione, un sistema strutturato di monitoraggio e raccolta dei dati di output può essere la scelta più adeguata; al contrario, se lo scopo è identificare quanto la nostra azione sia stata efficace per creare conoscenza, informare interventi successivi, o assumerci la titolarità dei risultati generati, allora sarà necessaria una valutazione di impatto rigorosa che permetta di identificare l’effetto netto finale scevro da altre dinamiche. Tutto sta nell’essere consapevoli degli obiettivi con cui ci si avvicina alla valutazione e delle differenze che questi comportano in termini di approcci e metodologie, al fine di evitare di creare ulteriore confusione e barriere all’ingresso in un ambito ancora nascente, soprattutto in Italia.

 

Primo passo : organizzarsi internamente

 

Come evidenziato, sono diverse le motivazioni che porteranno le aziende ad abbracciare sempre più la valutazione dell’impatto sociale all’interno dei propri modelli: al contempo, appaiono evidenti le difficoltà, soprattutto in termini di professionalità necessarie per orientarsi tra approcci metodologici diversi per obiettivi e implicazioni.
In questo senso, la prima scelta per un’azienda potrebbe essere quella di dotarsi di risorse in-house dedicate alla valutazione dell’impatto, una pratica adottata da circa il 25% delle imprese[6]. Ovviamente questo comporta uno sforzo economico rilevante, nonché il rischio che valutazioni condotte internamente all’azienda possano essere percepite come poco oggettive e neutrali rispetto a un’analisi di un ente terzo. Per questa ragione, la scelta preferibile comporta a mio avviso un doppio passaggio:

  • Affidare la valutazione di progetti particolarmente strategici (per risorse impegnate, numerosità e tipologia dei beneficiari finali, allineamento con il business, ecc.) a professionisti esterni che possano non solo condurre lo studio di valutazione, ma comprendere gli obiettivi specifici dell’azienda e proporre quindi la soluzione più adeguata (soluzione adottata dal 50% delle maggiori imprese[7]). In questo senso, può essere opportuno rivolgersi a un professionista di philanthropy advisory per definire il perimetro e condurre lo studio di valutazione.
  • Accrescere progressivamente il grado di professionalità interna, affinché l’azienda sia in grado di: implementare una valutazione di base in ottica continuativa; comprendere in quale momento è opportuno affidarsi a un professionista esterno e la tipologia del profilo da ricercare; e infine avere una comprensione degli strumenti di valutazione che le verranno proposti, dei punti di forza e debolezza in modo da effettuare una decisione informata. Stanno aumentando le opportunità formative sul tema in Italia, come il VI Corso Executive “Valutazione Impatto Sociale” promosso da Lang Italia che si terrà il 14/15 giugno a Milano.

 

[1] “Seize the Change” (EY, DNV-GL, 2017) su un campione di 1.524 professionisti provenienti da aziende di diversi comparti a livello globale

[2] Decreto legislativo 30 dicembre 2016, n. 254 che recepisce la direttiva 2014/95/UE

[3] “Giving in Numbers 2016”, CECP

[4]  http://www.unioncamere.gov.it/csr/P42A0C385S370/Che-cos-%EF%BF%BD.htm

[5] “Seize the Change” op. cit.

[6] “Giving in Numbers 2017”, op.cit.

[7]  ibid.

 

Di Simone Castello
Centro Studi sulla Filantropia Strategica, Lang Italia

 

 

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