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Il mercato dei provider di welfare cresce nel Terzo settore e al Sud Italia

Il settore dei provider di welfare aziendale nel 2021 è cresciuto in maniera limitata: si tratta di consolidamento o saturazione?

 

Il mercato degli operatori dei servizi gestionali di supporto alle aziende nell’offerta di servizi a sostegno dei dipendenti nel 2021 è cresciuto in maniera molto limitata (esattamente dell’1,96%), in parte a causa della congiuntura negativa determinatasi a seguito della pandemia, in parte per l’ormai avvenuto raggiungimento del punto di saturazione, o forse semplicemente di consolidamento, di questo mercato. Nonostante questo rallentamento, per il Terzo settore e il Sud Italia ci sono buone notizie.

 

Sono queste alcune evidenze emerse dal monitoraggio del mercato dei provider di welfare aziendale curato da Luca Pesenti e Giovanni Scansani e avviato nel 2018 grazie alla collaborazione tra Altis, l’Alta scuola impresa e società e l’Università Cattolica. Da quanto evidenziato, i provider sono dotati di specifici portali Web based, attraverso i quali le aziende possono mettere a disposizione dei loro dipendenti un menu di servizi accessibili e acquistabili grazie a un budget individuale di spesa che i lavoratori hanno da contratto e da regolamento aziendale.

 

Secondo i dati di monitoraggio di Altis-Università Cattolica di Milano, i nuovi operatori entrati nel settore welfare aziendale durante il 2021 sono stati solo cinque (erano stati 10 nel 2020 e in continua crescita nei due anni precedenti) e tre player precedentemente censiti hanno cessato la loro attività, per un totale sul mercato nazionale di 104 provider, di cui 46 sono proprietari di una piattaforma web dedicata alla fruizione dei servizi welfare di welfare aziendale, mentre i restanti si definiscono “reseller” – categoria cui appartengono banche e assicurazioni – ossia rivenditori. Dei 46 provider proprietari, la metà sono definiti “puri”, ovvero concentrati sulla gestione dei servizi di supporto al welfare aziendale, mentre gli altri sono detti “ibridi, in quanto il loro core business verte su altre attività, pur sinergiche a questo settore.

 

Provider puri sono la maggior parte degli operatori nuovi, che provengono per lo più dal settore di consulenza HR, dal mondo delle associazioni datoriali, dalle società emettitrici di buoni pasto e dal Terzo settore. Appartenente al Terzo settore è anche il primo provider del Sud Italia, area che ha sempre avuto difficoltà nella diffusione del welfare aziendale. Infatti, se si analizza la distribuzione territoriale degli operatori presenti in Italia, si coglie subito che il Nord è in una situazione di forte vantaggio: 50 sono in Lombardia (con Milano capofila, visti i suoi 43 provider), 10 in Piemonte, otto in Veneto, 15 in Emilia-Romagna e nove nel Centro Italia, principalmente a Roma.

 

Rispetto alle prospettive future del settore, le aspettative di azione già a partire dal 2022 riguardano in primis il Terzo settore – che si sta attrezzando per nuovi possibili ingressi – le Agenzie per il lavoro e le società attive nel mercato del payroll, ossia quel che riguarda l’organizzazione e l’elaborazione delle buste paga di tutti i dipendenti presenti all’interno di un’azienda. Rilevante poi, per quanto riguarda l’impatto sociale del welfare aziendale, è anche il dato di Altis per cui quattro provider, tra il 2020 e il 2021, hanno modificato lo statuto della società diventando Società benefit, cioè aziende che, nell’esercizio di un’attività economica, oltre allo scopo di dividerne gli utili, perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori, ambiente, beni, attività culturali e sociali, enti e associazioni.

 

Dunque, nonostante la crescita limitata di questo mercato nell’ultimo anno, tra il cambio dello statuto di alcuni provider e lo sviluppo nel Terzo settore e al Sud Italia, c’è uno spiraglio di speranza che fa pensare che il settore non sia saturo, ma semplicemente consolidato.

 

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