Il denaro non fa la felicità. La conoscenza sì

Il denaro non fa la felicità. La conoscenza sì

Per Guido Zaccarelli, docente e autore, la meta cui tendere è un modello di welfare culturale che, ai tradizionali benefit e servizi, affianchi l’idea di conoscenza condivisa. Senza dimenticare la riorganizzazione circolare dell’impresa.

 

Dal 14 luglio del 2016 il concetto di conoscenza condivisa è entrata a fare parte della documentazione tecnica dell’Ente nazionale italiano di certificazione UNI che le ha inserite nel suo Technical report UNI T/R 11642. Non si tratta chiaramente di una autentica normativa quanto di un insieme di linee guida o di un canovaccio per l’implementazione in azienda e nella società tout court di un paradigma basato sull’accesso ampio al sapere. Secondo Guido Zaccarelli, docente di informatica e autore per Franco Angeli del libro Dalla piramide al cerchio, si tratta di un passo avanti essenziale per la transizione dall’epoca del welfare aziendale a quella del welfare culturale. Andare oltre i benefit e i servizi alla persona è possibile, nella visione di Zaccarelli, a patto di iniziare a pensare che proprio il bene intangibile delle conoscenze è anche l’asset economico più prezioso per l’impresa contemporanea.
E che le pari opportunità di accesso a un simile patrimonio e la possibilità di fruirne e contribuire in prima persona ad accrescerlo siano per i dipendenti un riconoscimento che va ben oltre gli emolumenti extra o le agevolazioni.

 

Primo step: riorganizzazione circolare dell’impresa

 

Certo è necessario che le società siano coraggiose a sufficienza per procedere a una riorganizzazione in senso circolare – non più piramidale – delle loro strutture. Uno sforzo inevitabile quest’ultimo per arrivare alla creazione di quei «luoghi di lavoro felicitanti» nei quali «la persona è al centro» e che da oggetto di riflessione teorica nei saggi specializzati possono e debbono tradursi al più presto in esperienze concrete. «Istruzione, formazione, educazione e comunicazione», ha detto Zaccarelli a Tuttowelfare.info, «sono le azioni da promuovere all’interno del welfare culturale, perché il lavoratore possa sentirsi parte integrante di un percorso di sviluppo comune ed essere supportato con successo nell’adozione di una cultura realmente orientata al sociale».
Basata com’è su «un bene immateriale» – la conoscenza – la strategia non potrebbe che restituire un ritorno sugli investimenti altrettanto intangibile. Non per questo impercettibile. «Nell’azienda disposta in senso circolare», ha osservato l’autore, «tutti sono visibili e hanno visibilità completa sugli altri. Sanno di poter interagire liberamente sul principio della reciprocità; di poter ascoltare ed essere ascoltati: che tutte le loro proposte saranno prese in considerazione».

 

Dall’era del cambiamento al secolo del mutamento

 

Il che significa anche che il loro atteggiamento nei confronti della professione sarà più propositivo con ovvie e immediate ricadute benefiche sulla produttività. E in ultima istanza perciò sul conto economico delle industrie. «È una conoscenza», ha proseguito Zaccarelli, «fondata sul principio della reciprocità che implica il dare senza perdere e il prendere senza togliere; e su quello della buona volontà. Sentirsi benvoluti in reparto vuol dire essere ben disposti al fare anche senza che ci venga chiesto e non solamente perché si viene retribuiti».
Un progetto ambizioso, non utopistico però. «I cardini interpretativi del nuovo millennio», è l’argomentazione di Guido Zaccarelli, che ha registrato il marchio Conoscenza condivisa e a questa ha dedicato un trattato del 2012, «sono il cambiamento e il mutamento. Il primo esprime una ciclicità temporalmente definita qual è quella dell’economia le cui tendenze seguono tutto sommato intervalli regolari e prefissati. E prevede una produttività orientata alla soddisfazione generica dei bisogni manifestati dal mercato. L’epoca attuale è quella del mutamento e contempla una continua metamorfosi delle esigenze e per ciò stesso dei prodotti e l’emergere di un’offerta aperta al mondo, orientata a incontrare i desideri, non le necessità». In questo quadro rinnovato compito del welfare è muoversi su entrambe le direttrici – bisogno e desiderio – e indirizzarle con identica efficacia valorizzando la sola sete che per gli uomini risulta a pieno titolo inestinguibile, cioè quella del conoscere e del condividere comunicando. «Perché si generino idee», ha tuttavia puntualizzato in conclusione Zaccarelli, che è stato membro del comitato di lavoro UNI T/R 11642, «condizione indispensabile è che si agisca in ambienti ricettivi e che quindi siano stati in grado di rivoluzionare la loro stessa consolidata mentalità. Che si possa vedere ed esser visti su uno scenario circolare che rappresenta un salto etico». Gli aspetti sociale, aziendale, culturale del welfare devono diventare «una trinità che consente di approcciare il mondo in una dimensione inedita». I presupposti per creare un ecosistema di questo tenore ci sono, ma la rinnovata vision deve promanare dal management verso il resto delle risorse umane portando loro benefici generalizzati (o meglio ancora: condivisi). Alle dirigenze servono «un nome, una strategia, etichette univoche con cui contrassegnare il fenomeno» per acquisire consapevolezza. Anche  per questo i comitati UNI sono al lavoro.

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