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Il welfare come leva per la ripartenza

In attesa della fine dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus, è tempo di progettare la fase 2. E le aziende sono chiamate a dare il loro contributo. Ancora una volta per risolvere le carenze del welfare State.

 

È un’emergenza sanitaria senza precedenti, quella che stiamo vivendo. Il coronavirus ha sconvolto le nostre vite, segregandoci in casa in attesa della fine del lockdown. Ma accanto all’emergenza sanitaria – nel mondo si contano oltre 2 milioni di contagiati – s’è presto palesata quella economica: le stime per l’Italia parlano di un calo del Pil nel 2020 del 9%, mentre a febbraio 2020 (mese in cui è scattato l’allarme coronavirus con la scoperta del paziente 1) la produzione industriale italiana è scesa dell’1,2% rispetto a gennaio.

 

La serrata totale è stata considerata l’unica soluzione possibile per rallentare il numero di contagi e, soprattutto, per consentire agli ospedali e al personale sanitario di far fronte all’inattesa numerosità di malati di Covid-19. I numeri drammatici dell’economia sono uno dei prezzi che stiamo pagando, certamente insieme con le cifre dei decessi.

 

Se i dati sanitari impongono una profonda riflessione – e rapida azione – sugli aspetti organizzativi del sistema sanitari, in particolare nelle regioni del Nord Italia più colpite, quelli economici meritano una altrettanto veloce azione, per evitare di finire in un baratro recessivo. Il motore economico-produttivo del nostro Paese ha bisogno di ripartire quanto prima, ma con tutta sicurezza del caso, perché una seconda ondata di contagio sarebbe fatale. E, ancora una volta, le aziende sono chiamate a mettere in campo le loro risorse per far fronte alle carenze statali. Insomma, il welfare aziendale gioca ancor di più un ruolo di primo piano.

 

Tutelare il personale per assicurare la produzione

 

In vista della famigerata fase 2 e della ripartenza, oltre alle misure anti-crisi, il Governo ha messo in piedi una task force di esperti di vari settori, chiamati a fornire consulenza su come riaccendere i motori. S’immagina che forniscano un mainframe dentro cui ogni impresa sarà chiamata a trovare la soluzione migliore per assicurare attenzione alla salute del personale e nel contempo garantire il ritorno alla piena produttività. Operativamente, però, sono le organizzazioni a calare a terra le misure dedicate alle persone.

 

Di casi virtuosi, per la verità, ce ne stati numerosi anche nella fase 1. Il riferimento non è solo a quelle aziende che, non potendo chiudere e quindi dovendo continuare a produrre durante la pandemia, hanno adottato misure e incentivi per premiare il personale, associandoli anche a polizze specifiche per gestire l’eventuale contagio da Covid-19.

 

In questo caso, però, ci concentriamo piuttosto sulle imprese che hanno già realizzato piani di ripartenza per realizzare le migliori condizioni per tutelare le persone. Una su tutte è Ferrari, non a caso uno dei pochi brand italiani nel ranking Best Global Brand, la graduatoria dei 100 marchi globali a maggior valore economico elaborato dal 2000 da Interbrand.

 

La casa automobilistica di Maranello, già all’avanguardia in ambito welfare aziendale (tra le varie misure di welfare basti citare il premio di competitività 2020-23 che prevede un bonus fino a 8mila euro), ha disposto la somministrazione del test sierologico per i suoi dipendenti, per verificare se chi entra in azienda è positivo al coronavirus, oppure se presenta gli anticorpi; inoltre i test, nella seconda fase, saranno ampliati anche ai fornitori e ai familiari, visto che i virologi indicano che proprio le famiglie sono i nuovi focolai del virus.

 

Dallo Smart working ai servizi sul territorio

 

Non deve stupire la decisione delle aziende di prendersi cura delle proprie persone, senza attendere che i presidi sanitari forniscano il necessario supporto. La crisi ha evidenziato i limiti dell’organizzazione ‘ospedalocentrica’, secondo cui la risposta al contagio è il ricovero: una soluzione, s’è visto, che ha fatto da detonatore del dramma. Il ritorno a questo scenario è assolutamente da evitare e quindi servono strutture dislocate sul territorio per arginare il virus, evitando l’ospedalizzazione di tutti i malati.

 

Il welfare state, ancora una volta, sembra incapace di reagire con rapidità, ma le aziende non possono più aspettare il ritorno a quella che ormai è stata ribattezzata la ‘nuova normalità’: ogni giorno di lockdown, ci costa – stando ad alcuni studi – circa 800 euro a testa. Per i knowledge worker una soluzione è il potenziamento dello Smart working, facendo tesoro dell’enorme stress test dei giorni della serrata, che ha visto milioni di lavoratori in remote working e che, di fatto, ha confermato come si possa lavorare anche lontano dalla sede dell’ufficio.

 

Per chi, invece, deve essere fisicamente presente in un luogo per prestare la propria opera lavorativa, allora è fondamentale ragionare su come tutelare la salute, proprio nell’ottica di garantire il business dell’azienda. Si tratta di un ingente investimento, ma necessario per non compromettere il futuro dell’organizzazione.

 

D’altra parte, è un calcolo economico. L’epidemia del nuovo coronavirus ha fatto segnare tassi di trasmissibilità che hanno sfiorato il doppio rispetto a una ‘normale’ malattia infettiva, arrivando a quattro infettati per ogni singolo malato. Inoltre, se all’inizio della pandemia gli esperti imponevano ai malati una quarantena di circa 14 giorni, con il tempo si è stimato che una persona resti potenzialmente infettiva per circa un mese.

 

Dunque, tra tempi di guarigione e successivo isolamento, chi contrae il Covid-19 deve star lontano dall’azienda per un tempo molto lungo. Aprire le porte dei luoghi di lavoro a una persona contagiata – o asintomatica – perché si vuole a riaccendere la produzione a ogni costo, può dunque rivelarsi un clamoroso boomerang per le imprese, in particolare per le PMI.

 

L’alternativa è mettere in campo, da subito, soluzioni per monitorare la salute del personale, facendo ricorso a nuovi strumenti di welfare, in particolare quelli con legami territoriali. Mai come ora appare chiaro che nessuna azienda è un’isola e che il suo futuro dipenderà dai comportamenti verso le sue persone, che sono cittadini di una società ben più ampia di quella delimitata dai confini aziendali. Se ognuno farà la sua parte, forse, l’uscita dall’incubo sarà più rapida. Senza che nessuno resti indietro.

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