Pensiamo a un welfare anche per i Gigger

Pensiamo a un welfare anche per i Gigger

La Regione Lazio è stata la prima istituzione a muoversi per colmare il vuoto normativo e rispondere alle nuove esigenze dei lavoratori dell’ economia on demand. Lo ha fatto con “Il Foglio dei diritti primari del lavoro digitale”, una Memoria di Giunta da approvare  entro l’estate.

 

 

Da una parte imprese che guardano sempre più con interesse al welfare, ai servizi pensati per i lavoratori destinati ad alimentare il loro engagment e coinvolgimento nella vita aziendale. Dall’altra gli impiegati della Gig economy, coloro che lavorano tramite app o su piattaforme collaborative digitali, che spesso operano su un terreno privo di normative che regolino il loro operato. Paradossi di un’ economia e di un mercato del lavoro che stanno evolvendo alla velocità della luce. A riportare i Gigger (termine inglese che identifica questa tipologia di lavoratori) sotto i riflettori, con tutto il loro bagaglio di problematiche, è stato il recente caso dello sciopero dei riders di Foodora,  piattaforma tedesca presente in Italia a Milano e Torino, specializzata nella consegna di cibo a domicilio, scesi in piazza per chiedere una retribuzione più consona e maggiori certezze lavorative.
Protesta poi finita in un nulla di fatto. A cui si aggiunge il caso di un fattorino  di Just Eat al quale è stata amputata una gamba dopo esser rimasto incastrato tra due tram con il suo scooter.
Ma qualcosa si sta muovendo. Per cercare di colmare il vuoto normativo e rispondere alle nuove esigenze emerse nel mercato del lavoro, infatti, la Regione Lazio ha redatto Il Foglio dei diritti primari del lavoro digitale, una Memoria di Giunta da approvare entro l’estate. Si tratta di una proposta di legge regionale che garantisce nel Lazio gli standard di tutele in favore dei lavoratori connessi alle piattaforme digitali. «Sono convinto che l’Italia e il Lazio abbiano bisogno di più innovazione ma anche di più diritti» ha sottolineato Nicola Zingaretti, Governatore della regione Lazio. «Fare innovazione significa investire nella ricerca, nell’università, nel sostegno alle Pmi, nella possibilità di trovare lavoro nuovo, ma è importante che accanto a tutto ciò ci sia anche un’innovazione nella sfera dei diritti. Noi sappiamo che la Gig economy è uno dei settori produttivi nuovi ed è giusto che lo sviluppo di questa nuova economia sia accompagnata da una grande discussione e da provvedimenti legislativi nella sfera dei diritti». Si tratta del primo tentativo in questa direzione fatto in Italia.

 

Consultazione aperta a tutti

 

Il primo passo che la Regione farà sarà, dunque, quello di avviare una Consultazione pubblica a partire dal prossimo 25 maggio, della durata di 20 giorni, con una sezione del sito www.regione.lazio.it dedicata alla raccolta di proposte per la definizione degli strumenti e strategie da perseguire, secondo una logica di processo partecipato, condiviso e aperto. L’oggetto della consultazione è  Il Foglio dei diritti primari del lavoro digitale dedicato ai lavoratori e alle lavoratrici che operano mediante l’utilizzo di piattaforme collaborative digitali e che interviene su numerosi aspetti tra cui  forme di tutela del lavoro, compatibili con le norme nazionali (in ambito assicurativo, previdenziale, di salute e sicurezza);  forme di garanzia (salario minimo individuato in sede di contrattazione collettiva, rifiuto del cottimo, manutenzione dei mezzi, indennità in casi particolari, obbligo di informazione, diritto alla formazione);  strumenti permanenti di confronto tra le Parti sociali, anche al fine di rafforzare il Patto per il lavoro; strumenti di informazione, anche a partire dalla rete regionale dei Centri per l’impiego.

 

Chi sono i Gig workers

 

Ma in Italia chi sono i gig workers? Giovani tra i 18 e i 34 anni, che principalmente fanno questi lavoretti per arrotondare o per mantenersi agli studi. Secondo una ricerca di Uiltucs la maggior parte di loro sono uomini (84%), vivono al Nord (50%). Ma ci sono anche persone che si posizionano nella fascia di età  35-54 anni ( 28%). Molti di loro hanno una laurea di secondo livello (31%), seguiti da licenza media superiore (25%) e a pari merito (19%) la laurea di primo livello e il master o corsi post-laurea. Uomini e donne che lavorano per diverse le piattaforme online che offrono professionalità e servizi di ogni genere: muratore, dog sitter, baby sitter, autista, ma anche consulente per aziende in remoto, traduzioni di testi, badanti, colf solo per citarne alcuni. Un modello di business che si è diffuso in tutto il mondo come spiega molto bene Guiomar Parada in un articolo pubblicato su Nòva/ Sole24Ore, (leggi qui)

 

In Italia l’economia on demand varrà 25 miliardi nel 2025

 

Secondo uno studio di Crédit Suisse, finora in Italia questa economia emergente vale tra lo 0,1 e l’1% del Pil, il che significa tra i 4 e i 16 miliardi di euro. Ma una ricerca dell’Università di Pavia, commissionata da Phd Italia, dice che arriverà agli 8,8 miliardi nel 2020 e oscillerà tra i 14 e i 25 miliardi nel 2025, ovvero un giro d’affari che oscillerebbe tra lo 0,7% e l’1,3% del Pil lordo. Del resto questo modello di business piace: prezzi bassi, comodità, flessibilità sono i plus più apprezzati dai consumatori. Un nuovo modo di fare acquisti che però ha scardinato le vecchie regole del mercato e anche quelle del lavoro.
Ed è proprio su questo ultimo punto che da un po’ di tempo si sta focalizzando l’attenzione. Perché se la Gig economy   si è dimostrata un affare per i consumatori, che acquistano quando vogliono servizi a basso costo, e per i fondatori delle piattaforme, che con pochi capitali creano uno straordinario valore finanziario, per i lavoratori parlare di business, per ora è un azzardo.

 

No a lavoratori di serie A e B

 

In questo mondo, infatti, tutele e buste paga dignitose non esistono. Di fatto chi presta il suo servizio iscrivendosi a una piattaforma è un lavoratore autonomo e come tale da una parte gode di una maggiore flessibilità di orari, dall’altra però supporta i costi di gestione della propria attività, non gode dei trattamenti economici e retributivi del lavoro dipendente e spesso fuoriesce dai sistemi di sicurezza sociale.  E i guadagni non sono certo quelli di un libero professionista di un tempo. Anche perché alcune app fissano le tariffe delle prestazioni che, per tenere testa alla concorrenza, non lasciano ampi margini di guadagno al lavoratore. Non a caso, la maggioranza di chi presta il suo servizio lo fa per arrotondare. 
Ma la situazione di instabilità e insicurezza economica della forza lavoro delle piattaforme ha conseguenze anche sulla sua salute. Per guadagnare di più il lavoratore tende infatti ad aumentare le ore lavorate oltre i limiti sostenibili, per esempio quelli posti a tutela dei lavoratori dipendenti sono lontani mille miglia. E’ un fenomeno complesso che non può più essere ignorato se non si vogliono avere ripercussioni di carattere sociale. Proprio per questo è necessario pensare a nuove forme di contrattualizzazione altrimenti il rischio è quello di creare lavoratori di seria A e lavoratori di serie B o C.

 

 

 

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