Il pensiero populista rischia di schiacciare il welfare

Il pensiero populista rischia di schiacciare il welfare

Tagliare i benefici fiscali in modo indiscriminato per finanziare le promesse elettorali può avere effetti perversi su tutto il sistema economico e sociale italiano e in particolar modo sul mondo del lavoro e del welfare aziendale. Ecco perché.

 

Agevolazioni, detrazioni, deduzioni, esenzioni. Secondo il Primo Rapporto annuale sulle spese fiscali del 2016 redatto dalla Commissione istituita dal Ministero dell’economia e delle finanze, le spese fiscali pesano sulle casse dello Stato per 76,5 miliardi di euro. Troppi, persino per l’Europa. Così tanti che è impossibile non facciano gola a chi ha fatto promesse elettorali decisamente impegnative e ora si trova costretto a trovare le coperture finanziarie per mantenerle. Ridurre la quantità di esenzioni e dei regimi preferenziali in maniera indiscriminata, però, può avere effetti perversi su tutto il sistema economico italiano e in particolar modo sul mondo del lavoro e del welfare aziendale, che da anni ha ritrovato slancio proprio grazie a una serie di incentivi fiscali nei confronti dei datori di lavoro contribuendo a costruire quel secondo pilastro che sostenga un sistema di welfare che non può essere universalistico. «È chiaro ed evidente dalle indicazioni che ci arrivano da tutti gli istituti internazionali che bisogna intervenire nello sfoltire le agevolazioni fiscali, ce ne sono tantissime sia statali sia locali, ma non bisogna farlo indiscriminatamente», avverte Attilio Gugiatti, ricercatore del Cergas (Centro di ricerche sulla gestione dell’assistenza sanitaria e sociale), dell’Università Bocconi di Milano.

Alcuni di questi tagli potrebbero avere ricadute negative sul welfare aziendale?
Negli ultimi anni le agevolazioni fiscali in senso lato sono state pensate per affiancare un processo di riforma sostanziale del welfare. Con leggi come la riforma sanitaria del 92 e del 93 si è affermata la necessità di creare un secondo pilastro, concetto della riforma Dini del 95. Il welfare universalistico ha dei limiti: in particolare in ambito sanitario e previdenziale bisogna creare delle forme di agevolazione accanto agli istituti universalistici. I fondi sanitari integrativi hanno 5 milioni di iscritti, non stiamo parlando di numeri irrilevanti.
Che influiscono sul mondo del lavoro…
Siamo di fronte a un’impostazione nuova: lo stipendio che uno ha è fatto dalla retribuzione ma anche dai servizi che riceve dalla pubblica amministrazione. Bisognava agevolare quelle forme di mutualismo solidaristico all’interno dei rapporti di lavoro e questo ha portato all’esplosione di contratti di secondo livello, contratti integrativi, premi di produttività. Si sono avuti accordi tra sindacati e imprenditori, anche a livello territoriale, in cui il lavoratore rinuncia a un certo tipo di retribuzione in cambio di forme integrative di welfare.  Questo è un sistema che si regge sulle agevolazioni fiscali, con risparmi per il datore di lavoro e per il lavoratore. Un disoccupato non accede a questo tipo di servizi, idem i pensionati. Ecco perché da una parte è una tutela nei confronti dei lavoratori ma dall’altra è anche un incentivo a lavorare: non si lavora solo per il denaro ma anche per i servizi di welfare.
E ora il rischio è che questo sistema collassi?
Quando si decide di toccare i benefici fiscali che riguardano categorie tanto ampie di lavoratori, bisogna stare molto attenti. Alcune di queste spese fiscali sono riservate a pochissime persone giuridiche o fisiche, altre – come le spese sanitarie – si rivolgono a milioni di persone. Intervenire in maniera indiscriminata è una grandissima sciocchezza. Ridurre sì, ma in maniera selettiva. Negli ultimi anni questo tipo di agevolazione ha portato a uno sviluppo solidaristico. Parlo di lavoratori che condividono un rischio, quello di ammalarsi di cancro per esempio, e che invece di avere 50 euro in più al mese preferiscono avere un’assicurazione per la non autosufficienza. Uno può anche guadagnare 100 euro in meno se riceve altri vantaggi. A cosa servono 100 euro in più se non c’è l’asilo per i bambini? Siamo folli se pensiamo di tagliare i 1.000 euro annui di sostegno alle famiglie dei disabili. Se penso di diminuire gli incentivi a questo sistema per dare il reddito di cittadinanza ai poveri non ho capito niente della vita.
Lei è contro il REI?
Non sono contro il principio di sostenere chi non ha nulla, anzi, ma bisogna incentivare le persone a lavorare, non a stare a casa. L’idea delle tre proposte di lavoro è ridicola: abbiamo 3 milioni di disoccupati, tre proposte di lavoro a testa significa 9 milioni di proposte di lavoro: dove le trovo? Il secondo welfare, che non deve essere un sostituto del welfare pubblico, è un forte incentivo al lavoro e una dimostrazione di solidarietà. Il reddito di cittadinanza, così come formulato, non ha niente a che vedere con la sinistra, è una misura populista, neo liberista non keynesiana, che non c’entra niente col mercato del lavoro o col welfare.
Cosa servirebbe?
Servono misure solidaristiche che spingano le persone a lavorare e condividere il rischio. Se mi danno i soldi per stare a casa non mi interessa dell’operaio che si ammala di tumore lavorando. E il sistema italiano è universalistico fino a un certo punto anche quando si parla di sanità, che per il 70% è pubblica, ma per il 30% è privata. E non parliamo del ricco che va a farsi curare a sue spese, ma dei poveri che vanno dal dentista e se lo pagano coi loro soldi. Un governo che taglia in questo contesto torna al 1800, è un governo della restaurazione, non del cambiamento.
Scambiare esenzioni e detrazioni con una flat tax dunque non converrebbe?
Sono due cose completamente diverse. Intanto la flat tax a 4 aliquote già fa ridere di per sé. Detto questo credo che una riduzione generalizzata delle imposte, mantenendone la progressività, sia negli auspici di tutti. Questa invece è una misura che va a vantaggio dei più ricchi, e pensare che i ricchi possano far ripartire i consumi è ridicolo. Se si vuole aumentare il Pil bisogna agevolare le fasce più povere, non quelle più ricche. Per non parlare di chi non raggiunge il minimo contributivo: che vantaggio ha da una flat tax?
In un articolo sul Corriere della Sera in cui parlava delle pensioni di cittadinanza, Pierluigi Battista sosteneva che si sta mortificando il principio e il valore del lavoro. Lei è d’accordo?
È esattamente quello che sto dicendo io. In Italia sono sempre esistite le integrazioni al minimo, un istituto su cui si è storicamente basato il discorso di integrare quelle situazioni in cui non si raggiungevano i versamenti di contributo per la pensione minima. Se c’è una categoria che, con tutti i difetti e i limiti, ha storicamente accentrato su di sé le risorse del welfare sono i pensionati. Al centro deve esserci il tema del lavoro, non delle pensioni di cittadinanza. In un sistema contributivo si è incentivati a versare di più perché prendi di più, devi farti in quattro per lavorare onestamente e alla luce del sole. Promesse di questo tipo sono una scorciatoia o addirittura al lavoro nero.
In Italia si sta cercando di sostituire la cultura del lavoro con la cultura dell’assistenzialismo?
Sì. Questa potrebbe essere una sintesi, ma qui andiamo oltre l’assistenzialismo. La cultura del lavoro nel nostro paese è sempre stata molto bistrattata. Tutte le proposte che vanno in direzione di un appiattimento come flat tax e pensione di cittadinanza sono non solo una forma di assistenzialismo, ma penalizzano proprio la produzione della ricchezza. Bisogna andare a premiare chi produce ricchezza, magari riducendo il cuneo fiscale, bisogna incentivare ad assumere. L’assistenzialismo e il rivolgersi ai ricchi è tipico dei regimi autoritari e populisti, i regimi fascisti o di destra che danno al povero il contentino per tenerlo buono, ma hanno come punto di riferimento il ricco. E quando si parla di immigrazione irregolare abbiamo idea di quante badanti siano in queste condizioni? Se le mandiamo via chi si occuperà degli anziani? Come possiamo poi parlare di welfare?
Ma in Italia esiste o no una cultura di welfare aziendale?
Non bisogna generalizzare. Le cooperative all’inserimento lavorativo hanno una capacità di collegamento con le altre aziende profit. Noi abbiamo una cultura cattolica molto forte in alcune aree del paese. Esperienze come quello delle cooperative sociali che si occupano dell’inserimento lavorativo dei disabili mi fanno dire che non è vero che non c’è una cultura orientata al welfare solidaristico nel nostro paese. Questa cultura però è stata schiacciata dal fatto che si pensava che lo Stato pensasse a tutto, ma questo non è possibile. Ora rischia di essere schiacciata da un altro pensiero, quello populista.

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